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Vita di San Genesio

13 Novembre 2025 | 21:00

VITA DI SAN GENESIO

testo e regia Alessandro Paschitto

San Genesio è il santo patrono degli attori, dei guitti e dei giullari. Il santo protettore del teatro. Fu attore e mimo nella Roma di Diocleziano intorno al 300 d.C. e, chiamato a recitare la parodia di un sacramento, lo fece così bene che durante lo spettacolo ebbe una visione e si convertì da solo al cristianesimo, compiendo sulla scena un miracolo imprevisto. Torturato e ucciso subito, oggi è martire.
Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

Dettagli

Organizzatore

Luogo

  • Ridotto del Teatro Mercadante
  • Piazza Municipio
    Napoli, Na 80133 Italy
    + Google Maps

VITA DI SAN GENESIO

testo e regia Alessandro Paschitto

San Genesio è il santo patrono degli attori, dei guitti e dei giullari. Il santo protettore del teatro. Fu attore e mimo nella Roma di Diocleziano intorno al 300 d.C. e, chiamato a recitare la parodia di un sacramento, lo fece così bene che durante lo spettacolo ebbe una visione e si convertì da solo al cristianesimo, compiendo sulla scena un miracolo imprevisto. Torturato e ucciso subito, oggi è martire.
Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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San Genesio è il santo patrono degli attori, dei guitti e dei giullari. Il santo protettore del teatro. Fu attore e mimo nella Roma di Diocleziano intorno al 300 d.C. e, chiamato a recitare la parodia di un sacramento, lo fece così bene che durante lo spettacolo ebbe una visione e si convertì da solo al cristianesimo, compiendo sulla scena un miracolo imprevisto. Torturato e ucciso subito, oggi è martire.
Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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San Genesio è il santo patrono degli attori, dei guitti e dei giullari. Il santo protettore del teatro. Fu attore e mimo nella Roma di Diocleziano intorno al 300 d.C. e, chiamato a recitare la parodia di un sacramento, lo fece così bene che durante lo spettacolo ebbe una visione e si convertì da solo al cristianesimo, compiendo sulla scena un miracolo imprevisto. Torturato e ucciso subito, oggi è martire.
Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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Abbiamo perso il mondo. La sensazione del non abbastanza, del fuori tempo, dell’esser sopraffatti ci accompagna senza sosta. Nella continua lotta coi problemi, le soluzioni sono sempre troppo lente. La psicoterapia dura degli anni, la palestra non rassoda mai abbastanza, i farmaci curano e danneggiano allo stesso tempo. Mentre gli algoritmi riassumono e ci spiano, le politiche proseguono ineffettuali e intrasparenti, eccoci alla fine sempre lì, dentro di noi, più o meno laicamente a sussurrare: ti prego ti prego ti prego. Lanciamo un segnale nell’ignoto sperando una risposta, il più possibile salvifica, possa tornare indietro con un rametto di ulivo nel becco. In un mondo in cui sentiamo che le cose ci sfuggono, anche le più semplici, viene proprio voglia di dire: ma sapete cosa? Io faccio un miracolo. Piccolo delirio di onnipotenza? Ma del resto è stato già tutto detto, fatto, agito, pensato e accuratamente parafrasato. Il miracoloso resta forse l’unico gesto intonso, il solo posto libero. La messa diviene allora la cornice, la proposta spettacolare che presto si rivela rito decaduto, celebrazione alienata, parodia del nostro agire quotidiano e dei suoi discutibili leitmotive. Ultimo tentativo disponibile.

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