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SUMMARY:Morte accidentale di un anarchico
DESCRIPTION:Nel 1921 un emigrante italiano «volò» fuori da una finestra del palazzo della polizia di New York: è questo l’episodio che ispirò “Morte accidentale di un anarchico”\, una delle commedie più celebri di Dario Fo. L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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SUMMARY:NOREDA GRAVES & RITA CICCARELLI  in Deep Roots
DESCRIPTION:NOREDA GRAVES & RITA CICCARELLIin Deep Roots – Radici ProfondeTeatro Sannazaro – 6 Novembre 2025 \nDue voci\, due culture\, due anime unite dalla stessa origine: la musica come voce dell’anima. DEEP ROOTS – Radici profonde è molto più di un concerto: è un’esperienza emozionale e culturale che attraversa i confini geografici e musicali\, intrecciando la passione vibrante della canzone classica napoletana con l’intensità lirica del gospel\, del jazz e del soul afroamericano. \nProtagoniste assolute della serata sono Rita Ciccarelli\, raffinata e intensa interprete napoletana\, e Noreda Graves\, straordinaria voce afroamericana dal timbro profondo e dalla presenza magnetica. Il loro incontro sul palco rappresenta un ponte tra mondi apparentemente lontani\, ma uniti da radici comuni: la musica come mezzo di espressione autentica\, spirituale\, universale. \nAccompagnate da un ensemble di musicisti d’eccellenza\, le due artiste offriranno al pubblico un repertorio che alterna brani iconici della tradizione partenopea – Torna a Surriento\, Dicitencello vuje\, ‘O sole mio – a classici internazionali come Summertime\, At Last\, Amazing Grace e His Eye is on the Sparrow\, in arrangiamenti originali che fondono melodia mediterranea e groove afroamericano. \nLo spettacolo\, curato nella direzione artistica e musicale nei minimi dettagli\, si sviluppa come un vero e proprio dialogo sonoro\, un abbraccio tra culture che hanno fatto della musica la propria lingua madre. Deep Roots è un inno alla diversità\, alla spiritualità e alla forza della memoria collettiva. \nNOREDA GRAVES & RITA CICCARELLI \nin Deep Roots – Radici Profonde
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DESCRIPTION:Nikolay Khozyainov \nGiovedì 30 ottobre 2025 \nTeatro Sannazaro – ore 20.30 \nNikolay Khozyainov\, pianoforte \nMusiche di Fryderyk Chopin e Robert Schumann
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DESCRIPTION:Un ballo in maschera\nMelodramma in tre atti\nMusica di Giuseppe Verdi\nLibretto di Antonio Somma\, tratto dal libretto Gustave III\, ou Le Bal masqué di Eugène Scribe \nDirettore | Pinchas Steinberg\nRegia | Massimo Gasparon (da un’idea di Pierluigi Samaritani)\nScene e Costumi | Pierluigi Samaritani\nLuci | Andrea Borelli\nCoreografie | Roberto Maria Pizzuto \nInterpreti\nRiccardo | Piero Pretti (4\, 8\, 11) / Vincenzo Costanzo (5\, 10)\nRenato | Ludovic Tézier (4\, 8\, 11) / Ernesto Petti (5\, 10)\nAmelia | Anna Netrebko (4\, 8\, 11) / Valeria Sepe (5\, 10)\nUlrica\, indovina | Elizabeth DeShong♭\nOscar\, paggio | Cassandre Berthon♭\nSilvano\, marinaio | Maurizio Bove #\nSamuel\, nemico del Conte | Romano Dal Zovo♭\nTom\, nemico del Conte | Adriano Gramigni\nUn Giudice / Un servo d’Amelia | Massimo Sirigu♮ \nOrchestra e Coro del Teatro di San Carlo\nMaestro del Coro | Fabrizio Cassi\n\nProduzione del Teatro Regio di Parma \n♭ debutto al Teatro di San Carlo\n♮ Coro del Teatro di San Carlo\n# Accademia del Teatro di San Carlo\nTeatro di San Carlo | CREMISI\nsabato 4 ottobre 2025\, ore 20:00 – A – CREMISI – XI\ndomenica 5 ottobre 2025\, ore 17:00 – B – CREMISI – II\nmercoledì 8 ottobre 2025\, ore 20:00 – F – CREMISI – XI\nvenerdì 10 ottobre 2025\, ore 20:00 – C/D – CREMISI – III\nsabato 11 ottobre 2025\, ore 20:00 – F. A. – CREMISI – XI \nOpera in italiano con sovratitoli in italiano e inglese\nDurata: 3 ore circa\, con intervallo
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Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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DESCRIPTION:Nel 1921 un emigrante italiano «volò» fuori da una finestra del palazzo della polizia di New York: è questo l’episodio che ispirò “Morte accidentale di un anarchico”\, una delle commedie più celebri di Dario Fo. L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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DESCRIPTION:Don Chisciotte della Mancia\nCommedia per musica in tre atti\nMusica di Giovanni Paisiello\nLibretto di Giambattista Lorenzi\, revisione dall’autografo a cura di Ivano Caiazza \nDirettore | Ivano Caiazza \nInterpreti\nLa Contessa | Tamar Otanadze#\nLa Duchessa | Chiara Polese\nDon Platone | Maurizio Bove#\nIl conte Don Galafrone | Francesco Domenico Doto#\nCarmosina | Maria Knihnytska#\nCardolella | Costanza Cutaia##\nDon Chisciotte | Tianxuefei Sun#\nSancio | Sebastià Serra# \nOrchestra del Teatro di San Carlo \n# Accademia del Teatro di San Carlo / ## ex allievo\n# Accademia del Teatro di San Carlo\nTeatro di San Carlo | BLU\nsabato 27 settembre 2025\, ore 20:00 – F.A. – BLU – VIII \nDurata: 2 ore e 20 minuti circa\, con intervallo \nEsecuzione in forma di concerto
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L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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DESCRIPTION:Festival Musica Barocca\, Teatro di Corte di Palazzo Reale\nLa Dama Spagnola e il Cavalier Romano\nIntermezzi in musica \nMusiche |  Alessandro Scarlatti\nTesti | Nicolò Serino\nDirettore |  Enzo Amato\nRegia | Barbara Napolitano\nCoreografie | Nyko Piscopo\nAiuto regia | Andrea Russo\nCostumi | Giusi Giustino\nLuci | Nunzio Perrella\nAssistenti ai costumi | Davide Manganella e Roberta Bevilacqua\ncon la collaborazione di Siria Bossone\, Maria Cecio\, Andrea Colicchio\, Esther Dianor\, Vincenzo Ferrara\, Cristina Ferrazzano\, Francesca Mariniello\, Annika Ruggia\, Gaia Sarntaro\, Teresa Trocchia \nInterpreti \nPericca | Anastasiia Sagaydak\nVarrone | Antimo Dell’Olmo \ncon Antonio Apadula \ne la partecipazione degli allievi della Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo\nCristian Alfieri\, Immacolata Cafiero\, Salvatore Junior Riccio\, Giada Varone \nOrchestra da Camera di Napoli \nProduzione del Teatro di San Carlo \nVenerdì 12 settembre 2025 ore 20:00\nSabato 13 settembre 2025 ore 20:00 \nTeatro di Corte di Palazzo Reale \nDURATA: 60’ SENZA INTERVALLO
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SUMMARY:CANI LUNARI
DESCRIPTION:Körper sta portando avanti la collaborazione con il coreografo Francesco Marilungo per la produzione del suo nuovo lavoro\, Cani Lunari\, che debutterà a settembre 2025 all’interno di IRA Platorm (progetto curato da IRA – Internatonal Institute for Performing Arts) a Soverato.\nDopo il successo di Stuporosa (Premio Ubu come miglior spettacolo di danza)\, Cani Lunari prosegue l’indagine sul mondo femminile\, concentrandosi sulla magia e sulla figura della strega\, come raccontata nella tradizione popolare italiana.\nNel 2024\, Marilungo ha avviato un intenso processo di ricerca tra Barbagia\, Appennini emiliani e marchigiani\, e Isole Eolie\, raccogliendo testimonianze dirette e avviando residenze creative con un castridotto. Nel 2025\, la produzione è stata ripresa con il cast completo\, composto da quattro danzatrici e una musicista-performer. La musicista Vera Di Lecce\, già candidata al Premio Ubu per Stuporosa\, sta sviluppando insieme a Marilungo formule magiche della tradizione popolare in versione elttronica.\nIl progetto ha vinto il Premio CollaborAction del Network Anticorpi XL\, che garantisce un sostegno economico\, residenze artistiche e una tournée nazionale. Tuttavia\, vista la complessità della produzione\, sono necessarie ulteriori risorse per completare il lavoro. \nCANI LUNARI \nCoreografia e Regia Francesco Marilungo\nCon Vera Di Lecce\, Barbara Novati\, Roberta Racis\, Alice Raffaelli\,\nFrancesca Linnea Ugolini\nCostumi Lessico Familiare\nMusica e Vocal Coaching Vera Di Lecce\nDisegno Luci Gianni Staropoli\nFoto e Video Luca Del Pia\nProduzione Körper | Centro Nazionale di Produzione della Danza\nCoproduzione SNAPORAZVEREIN\, IRA Institute \nIl progetto è stato realizzato con il contributo di ResiDance – luoghi e progetto di residenza per creazioni coreografiche azione del Network Rete Anticorpi XL: Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro)\, AMAT – Associazione Marchigiana per le Attività Teatrali\, Consorzio PUGLIA CULTURE – Consorzio Regionale per le Arti e la Cultura in collaborazione con Associazione Menhir / festival LE DANZATRICI en plein air di Ruvo di Puglia e Ass. Cult. TEATRO MENZATI’/ TEX – Il Teatro dell’ExFadda di San Vito dei Normanni (Puglia). \ncon il sostegno di Cross Festival\, Primavera dei Teatri Castrovillari\ncon il contributo di Marosi Festival\, Teatro delle Moire \nNei mesi invernali quando la luna è piena o quasi\, può capitare che la sua luce venga rifratta dai cristalli di ghiaccio presenti nelle alte nubi generando un alone circolare attorno al satellite con due bagliori simmetrici ai lati: i cani lunari.\nFenomeni atmosferici che la tradizione popolare leggeva come presagi di tempesta ma che erano anche segnali di passaggio\, varchi visivi verso l’invisibile.\nCANI LUNARI è un progetto coreografico che attraversa questi varchi e si immerge in un immaginario radicato nel femminile arcaico\, nei saperi magici\, nei corpi estatici.\nUn’indagine sensibile attorno alla figura della strega\, della guaritrice: non come residuo folklorico o stereotipo demonizzato\, ma come emblema di un sapere marginale e potente\, che resiste alle logiche dell’utile e del visibile. \nAttraverso un processo di ricerca che unisce materiali d’archivio\, testimonianze orali\, iconografie folkloriche e pratiche corporee\, CANI LUNARI costruisce un rito performativo in cui il corpo danza la trance\, l’estasi\, la metamorfosi. \nLe performer con in mano corvi imbalsamati – anime fuoriuscite\, animali guida\, spiriti della soglia – compiono gesti sospesi tra rito e finzione\, magia e gioco teatrale. Il movimento si nutre di frammentazioni\, zoppie\, gesti arcaici e improvvisi slittamenti verso l’animalità\, evocando un mondo in cui il confine tra umano e ultra-umano è poroso e mobile. \nIl corpo si muove “sopra acqua e sopra vento”\, secondo formule antiche che ancora oggi risuonano in alcuni territori italiani\, ai margini.\nNel cuore del progetto si annida anche una riflessione sul corpo isterico\, luogo femminile di crisi ed enigma\, storicamente associato alla figura della strega e allo stato di possessione.\nLe fotografie ottocentesche della Salpêtrière diventano materiale simbolico da incarnare: corpi fuori controllo\, attraversati dall’invisibile\, che performano un sapere altro.\nIl corpo della strega diventa organismo di passaggio tra dimensioni – come scriveva John Cotta\, “non viaggiatrice tra mondi\, ma luogo dell’incontro tra diverse sfere dell’essere”. \nCANI LUNARI rievoca un sapere che è politico e sensoriale\, un’epistemologia incarnata. L’anima\, uccello o fiato\, esce dalla bocca\, vola\, si stacca e poi ritorna nel corpo.\nCome nelle confessioni estorte alle donne perseguitate – spesso visionarie\, narratrici\, guaritrici – il corpo diventa racconto\, rito di guarigione\, esercizio di sopravvivenza.\nIl paesaggio sonoro\, firmato da Vera Di Lecce\, intreccia elettronica e suono naturale\, canti orali e formule magiche\, in una partitura sospesa tra il terrestre e il divino.\nCANI LUNARI è un attraversamento\, un sabba bianco\, un rituale collettivo per re-incantare il mondo.
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LOCATION:Fonderie Almagià\, Via dell'Almagià\, 50\, Ravenna\, 48121\, Italy
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DESCRIPTION:Körper sta portando avanti la collaborazione con il coreografo Francesco Marilungo per la produzione del suo nuovo lavoro\, Cani Lunari\, che debutterà a settembre 2025 all’interno di IRA Platorm (progetto curato da IRA – Internatonal Institute for Performing Arts) a Soverato.\nDopo il successo di Stuporosa (Premio Ubu come miglior spettacolo di danza)\, Cani Lunari prosegue l’indagine sul mondo femminile\, concentrandosi sulla magia e sulla figura della strega\, come raccontata nella tradizione popolare italiana.\nNel 2024\, Marilungo ha avviato un intenso processo di ricerca tra Barbagia\, Appennini emiliani e marchigiani\, e Isole Eolie\, raccogliendo testimonianze dirette e avviando residenze creative con un castridotto. Nel 2025\, la produzione è stata ripresa con il cast completo\, composto da quattro danzatrici e una musicista-performer. La musicista Vera Di Lecce\, già candidata al Premio Ubu per Stuporosa\, sta sviluppando insieme a Marilungo formule magiche della tradizione popolare in versione elttronica.\nIl progetto ha vinto il Premio CollaborAction del Network Anticorpi XL\, che garantisce un sostegno economico\, residenze artistiche e una tournée nazionale. Tuttavia\, vista la complessità della produzione\, sono necessarie ulteriori risorse per completare il lavoro. \nCANI LUNARI \nCoreografia e Regia Francesco Marilungo\nCon Vera Di Lecce\, Barbara Novati\, Roberta Racis\, Alice Raffaelli\,\nFrancesca Linnea Ugolini\nCostumi Lessico Familiare\nMusica e Vocal Coaching Vera Di Lecce\nDisegno Luci Gianni Staropoli\nFoto e Video Luca Del Pia\nProduzione Körper | Centro Nazionale di Produzione della Danza\nCoproduzione SNAPORAZVEREIN\, IRA Institute \nIl progetto è stato realizzato con il contributo di ResiDance – luoghi e progetto di residenza per creazioni coreografiche azione del Network Rete Anticorpi XL: Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro)\, AMAT – Associazione Marchigiana per le Attività Teatrali\, Consorzio PUGLIA CULTURE – Consorzio Regionale per le Arti e la Cultura in collaborazione con Associazione Menhir / festival LE DANZATRICI en plein air di Ruvo di Puglia e Ass. Cult. TEATRO MENZATI’/ TEX – Il Teatro dell’ExFadda di San Vito dei Normanni (Puglia). \ncon il sostegno di Cross Festival\, Primavera dei Teatri Castrovillari\ncon il contributo di Marosi Festival\, Teatro delle Moire \nNei mesi invernali quando la luna è piena o quasi\, può capitare che la sua luce venga rifratta dai cristalli di ghiaccio presenti nelle alte nubi generando un alone circolare attorno al satellite con due bagliori simmetrici ai lati: i cani lunari.\nFenomeni atmosferici che la tradizione popolare leggeva come presagi di tempesta ma che erano anche segnali di passaggio\, varchi visivi verso l’invisibile.\nCANI LUNARI è un progetto coreografico che attraversa questi varchi e si immerge in un immaginario radicato nel femminile arcaico\, nei saperi magici\, nei corpi estatici.\nUn’indagine sensibile attorno alla figura della strega\, della guaritrice: non come residuo folklorico o stereotipo demonizzato\, ma come emblema di un sapere marginale e potente\, che resiste alle logiche dell’utile e del visibile. \nAttraverso un processo di ricerca che unisce materiali d’archivio\, testimonianze orali\, iconografie folkloriche e pratiche corporee\, CANI LUNARI costruisce un rito performativo in cui il corpo danza la trance\, l’estasi\, la metamorfosi. \nLe performer con in mano corvi imbalsamati – anime fuoriuscite\, animali guida\, spiriti della soglia – compiono gesti sospesi tra rito e finzione\, magia e gioco teatrale. Il movimento si nutre di frammentazioni\, zoppie\, gesti arcaici e improvvisi slittamenti verso l’animalità\, evocando un mondo in cui il confine tra umano e ultra-umano è poroso e mobile. \nIl corpo si muove “sopra acqua e sopra vento”\, secondo formule antiche che ancora oggi risuonano in alcuni territori italiani\, ai margini.\nNel cuore del progetto si annida anche una riflessione sul corpo isterico\, luogo femminile di crisi ed enigma\, storicamente associato alla figura della strega e allo stato di possessione.\nLe fotografie ottocentesche della Salpêtrière diventano materiale simbolico da incarnare: corpi fuori controllo\, attraversati dall’invisibile\, che performano un sapere altro.\nIl corpo della strega diventa organismo di passaggio tra dimensioni – come scriveva John Cotta\, “non viaggiatrice tra mondi\, ma luogo dell’incontro tra diverse sfere dell’essere”. \nCANI LUNARI rievoca un sapere che è politico e sensoriale\, un’epistemologia incarnata. L’anima\, uccello o fiato\, esce dalla bocca\, vola\, si stacca e poi ritorna nel corpo.\nCome nelle confessioni estorte alle donne perseguitate – spesso visionarie\, narratrici\, guaritrici – il corpo diventa racconto\, rito di guarigione\, esercizio di sopravvivenza.\nIl paesaggio sonoro\, firmato da Vera Di Lecce\, intreccia elettronica e suono naturale\, canti orali e formule magiche\, in una partitura sospesa tra il terrestre e il divino.\nCANI LUNARI è un attraversamento\, un sabba bianco\, un rituale collettivo per re-incantare il mondo.
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DESCRIPTION:VINCENZO DE LUCIA\n\n\n\n\nSQUILLA\nIL TELEFONO\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nAutore: Vincenzo De Lucia\, Vincenzo Comunale\, Alfredo Le Boffe \nInterpreti: Vincenzo De Lucia \nMusiche e Arrangiamenti: Claudio Romano \nCostumi: Dora Maione \nTrucco: Vincenzo Cucchiara \nAiuto regia: Matteo Notaro\, Alfredo Le Boffe \nOrganizzazione: Enza Felice \nSegreteria di produzione: Federica Corino \nDistribuzione: Nicola Canonico per la GoodMood \n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nSinossi: \nUn rotocalco di musica e imitazioni. sue più celebri imitazioni conivolgendo continuamente lo spettatore in giochi e medley musicali. Senza perciò dimenticare una sua poco immaginata abilità: il regalare\, a chi assiste\, leggerezza e buonumore.
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DESCRIPTION:Oksana Lyniv\nDirettore | Oksana Lyniv♭  \nProgramma\nOttorino Respighi\, Gli uccelli\, P. 154\nCarl Maria von Weber\, da Oberon\, Ouverture\nLudwig Van Beethoven\, Sinfonia n. 5 in do minore\, Op. 67 \nOrchestra del Teatro di San Carlo \nReal Sito di Carditello (San Tammaro CE) | Carditello Festival 2025\ngiovedì 31 luglio 2025\, ore 20:30 \nDurata: 1 ora e 40 minuti circa\, con intervallo
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DESCRIPTION:Dal 13 novembre Al 30 novembre\n\n\n\n\nFinale di partita\n\n\n\n\ndi Samuel Beckett\, regia Gabriele Russo\n\n\n\nLa “zona d’interesse” teatrale più a rischio – e ancora oggi centrale – è sempre la stessa: la famiglia. Da Sofocle al teatro contemporaneo\, attraverso i secoli\, resta il luogo della frattura\, della lotta\, del non detto e del soffocamento. Un teorico (mio alter ego: Elvis Flanella) scrisse un breve saggio intitolato “LA FAMIGLIA: distruzioni per l’uso”.\nEcco\, per affrontare un testo sacro come Finale di partita nel 2025\, ripartirei proprio da lì. Cercherei di allontanarmi dai confini teorici più consueti del testo – quelli legati alla filosofia dell’Assurdo e all’immaginario distopico o post-atomico\, tipici delle letture del secolo scorso – per calarlo in una dimensione più concreta\, più prossima a noi.\nIl cuore del dramma beckettiano resta lo stesso: una famiglia chiusa in un eterno gioco al massacro. Ma oggi\, dopo il trauma collettivo della Pandemia\, il senso di questa segregazione assume nuove sfumature. In quel periodo ci siamo trovati tutti\, in un modo o nell’altro\, di fronte alla precarietà dell’esistenza\, all’incertezza del vivere e del convivere\, alla fragilità dei legami interpersonali – e in modo ancora più devastante\, di quelli familiari.\nLa paura del futuro ha finito per erodere il presente\, rendendolo uniforme\, anestetizzato. La comunicazione mediatica ha scandito e regolato le nostre giornate\, riducendo la casa a un bunker esistenziale. E quella che qualcuno ha chiamato “la peste del 2000” ha lasciato dietro di sé piccole e grandi distruzioni – fratture su cui\, oggi\, possiamo iniziare a riflettere. A distanza di qualche anno\, forse possiamo provare a farne buon uso.\nLa partita è sempre la stessa. Ma il finale non andrà cercato solo in processi filosofici o metafisici. Sarà il Dolore a parlare. E\, con lui\, le fratture e i cataclismi sociali e politici che il post-2020 ci ha lasciato in eredità.\nMichele Di Mauro\n\nCrediti:FINALE DI PARTITA\ndi Samuel Beckett\ntraduzione Carlo Frutteroregia Gabriele Russocon Michele Di Mauro\, Alessio Piazza\, Giuseppe Sartori\, Anna Rita Vitoloscene Roberto Crea\ndisegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzoproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini\, Teatro Biondo Palermo
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LOCATION:Teatro Bellini\, Via Conte di Ruvo\, 14\, Napoli (NA)\, 80135\, Italy
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