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SUMMARY:Morte accidentale di un anarchico
DESCRIPTION:Nel 1921 un emigrante italiano «volò» fuori da una finestra del palazzo della polizia di New York: è questo l’episodio che ispirò “Morte accidentale di un anarchico”\, una delle commedie più celebri di Dario Fo. L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. 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Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. 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Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. 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Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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DESCRIPTION:Don Chisciotte della Mancia\nCommedia per musica in tre atti\nMusica di Giovanni Paisiello\nLibretto di Giambattista Lorenzi\, revisione dall’autografo a cura di Ivano Caiazza \nDirettore | Ivano Caiazza \nInterpreti\nLa Contessa | Tamar Otanadze#\nLa Duchessa | Chiara Polese\nDon Platone | Maurizio Bove#\nIl conte Don Galafrone | Francesco Domenico Doto#\nCarmosina | Maria Knihnytska#\nCardolella | Costanza Cutaia##\nDon Chisciotte | Tianxuefei Sun#\nSancio | Sebastià Serra# \nOrchestra del Teatro di San Carlo \n# Accademia del Teatro di San Carlo / ## ex allievo\n# Accademia del Teatro di San Carlo\nTeatro di San Carlo | BLU\nsabato 27 settembre 2025\, ore 20:00 – F.A. – BLU – VIII \nDurata: 2 ore e 20 minuti circa\, con intervallo \nEsecuzione in forma di concerto
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Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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DESCRIPTION:Nel 1921 un emigrante italiano «volò» fuori da una finestra del palazzo della polizia di New York: è questo l’episodio che ispirò “Morte accidentale di un anarchico”\, una delle commedie più celebri di Dario Fo. L’azione comincia in una questura\, dove il commissario Bertozzo si trova a fronteggiare un matto\, capace di spacciarsi per più persone\, motore e filo conduttore dell’intera vicenda. “La morte accidentale” a cui allude il titolo dell’opera è quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli\, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano nel 1969\, in uno degli episodi più controversi della storia italiana del dopoguerra; dalla strage di Piazza Fontana\, per cui Pinelli era indagato\, ad alcuni dei terribili fatti che ne seguono\, Dario Fo interroga con la sua opera non solo il caso giudiziario specifico\, ma parte di un periodo storico ancora oggi difficile da decifrare e consegnare agli archivi. \nNOTE DI REGIA  \nSiamo i figli del lavoro\nche lottiamo per il pan\ne i superbi eroi dell’oro\nsupplicammo ognora invan.\nMa ci siamo alfin levati\ndal servaggio secolar\ne a riscossa abbiam chiamati\ngli operai dai campi al mar\nAbbasso le frontiere!\nSu in alto le bandiere\,\nsalutiam l’umanità!\nSorgiam contr’ogni tirannia\ne combattiamo la borghesia!\nPugnam\, pugnam\, pugnam\nper l’Anarchia! \nCosì inizia l’inno anarchico italiano e così si chiude il primo tempo e si apre il secondo del testo del premio Nobel Dario Fo. Credo che tutta l’opera sia fortemente pervasa da uno spirito anarchico\, un testo riscritto più volte in due anni e mezzo\, che costò a Fo circa quaranta processi in ogni parte d’Italia\, al punto tale che la maschera Fo arrivò a dire che la tournée dello spettacolo non poteva che essere scandita dai procedimenti giudiziari.  È impossibile ricreare la spontaneità’ con cui Fo metteva in scena se stesso\, sempre e solo se stesso\, dando ai suoi spettacoli una forza unica e assolutamente irripetibile. La sua forza era una risata che riusciva a scardinare ogni argomento facendo diventare la risata stessa un atto rivoluzionario\, dissacrante\, ma soprattutto scandaloso. Fo non era mai altro da sé\, il suo modo di stare in scena e recitare consisteva nell’abitare la scena come totale atto anarchico; nessun personaggio per nascondersi o da interpretare\, ma un continuo tentativo di fare della non-interpretazione un fatto artistico persino pericoloso. Questa è l’eredità che ci lascia\, difficile da emulare dato il nostro esser troppo borghesi e forse condizionati. Per me\, questa regia è il tentativo di inseguire\, e ricercare\, il senso profondo di questa lezione di vita e di arte.  Per fare questo è necessario che io stesso esca dai confini del conosciuto e provi ad entrare in nuovi territori\, fatti anche da nuovi incontri come quello con il teatro Bellini e l’ attore Daniele Russo che assumerà il ruolo del Matto. Attraverso questa figura si aprono delle possibilità\, il matto è sempre credibile perché resta sempre quello che è pur cambiando ruolo; il matto può destabilizzare e creare una folle e inaudita cascata di parole\, ad una velocita tale che si fa fatica a stargli dietro\, a seguirlo\, quasi come se il testo di Fo  fosse la rappresentazione verbale della caduta stessa. Le parole arrivano ad altezze vertiginose e alla fine l’equilibrio si perde e non si può che cadere\, forse giù da quella maledetta finestra di quel maledetto palazzo milanese; si disse e si scrisse che si trattò\, appunto\, di una morte accidentale; stranamente le morti accadute così accidentalmente hanno più o meno sempre lo stesso copione\, ed è questo che ci ricorda Dario Fo in questo testo scabrosamente realistico nonostante il gioco del teatro dell’assurdo. In uno dei verbali fu scritto che l’anarchico precipitò “velocissimo”; e come deve precipitare un uomo che cade dalla finestra? Si scrisse che l’anarchico gridò : “E’ la fine dell’ anarchia “\, e si gettò. Ma Fo non vuole una fine\, quanto capire la fine e lo fa con una ricerca spasmodica\, quasi documentaristica\, nonostante il mistero buffo del suo essere teatrante. Il commissario Calabresi fu ucciso\, come sappiamo\, e la verità stenta ancora a venire alla luce. Fo ci consegna una sua verità\, quella del Matto\, quella di chi se ne fotte della logica\, delle convenzioni\, della forma\, andando a creare un testo multiforme e politicamente scorretto\, un’opera cha fa dire al matto: “Gli anarchici sono molto conservatori/ è  per questo che ammazzano i Re?/ Già\, per imbalsamarli e conservarli per sempre”. Oppure”: Perdio siamo immersi nella merda fino al collo; ma è per questo che noi Italiani camminiamo a testa alta”.\nFo\, con questo testo\, parlava di scandalo; la sola cosa che vorrei riuscire a fare\, graffiando con una risata da Joker\, è quella di non dimenticare cosa e chi siamo stati. Provare a non cambiare la storia\, ma tornare sul luogo del delitto non per attaccare coloro che non ci sono più\, ma per comprendere e non ripetere gli stessi errori. Si può riuscire con una regia?  Forse no\, ma si deve provare. \nAntonio Latella\n \nCrediti: \nMorte accidentale di un anarchico\ndi Dario Fo e Franca Rame \nregia Antonio Latella \ncon Daniele Russo\, Caterina Carpio\, Francesco Manetti\, Edoardo Sorgente\, Emanuele Turetta \ndramaturg Federico Bellini\nscene Giuseppe Stellato\ncostumi Graziella Pepe\nmusiche e suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nmovimenti Isacco Venturini\nassistente alla regia Mariasilvia Greco\nfoto di scena Flavia Tartaglia \ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA \nproduzione Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini \n 
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DESCRIPTION:Tosca\nMelodramma in tre atti\nMusica di Giacomo Puccini\nLibretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica\, tratto dal dramma La Tosca di Victorien Sardou \nDirettore | Dan Ettinger\nRegia | Edoardo De Angelis\nScene | Mimmo Paladino\nCostumi | Massimo Cantini Parrini\nLuci | Cesare Accetta\nVideo | Alessandro Papa \n  \nInterpreti\nFloria Tosca | Sondra Radvanovsky (10\, 13) / Anna Pirozzi (16\, 21) / Carmen Giannattasio (12\, 14\, 20\, 23)\nMario Cavaradossi | Francesco Meli (10\, 13\, 16\, 21) / Vittorio Grigolo (12\, 14) / Yusif Eyvazov (20\,23)\nIl barone Scarpia | Luca Salsi (10\, 13\, 16\, 21) / Claudio Sgura (12\, 14\, 20\, 23)\nCesare Angelotti | Lorenzo Mazzucchelli\nIl Sagrestano | Pietro Di Bianco\nSpoletta | Francesco Domenico Doto #\nSciarrone | Vsevlovod Ishchenko ♮ (10\,13\,16\, 21) / Giuseppe Todisco ♮ (12\,14\, 20\, 23)\nUn carceriere | Ville Lignell ♮ (10\,13\,16\, 21) / Giuseppe Scarico ♮ (12\,14\, 20\, 23)\nUn pastore | da annunciare \n  \nOrchestra e Coro del Teatro di San Carlo\ncon la partecipazione del Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo\nMaestro del Coro | Fabrizio Cassi\nDirettore del Coro di Voci Bianche | Stefania Rinaldi \n  \nProduzione del Teatro di San Carlo \n♭ debutto al Teatro di San Carlo\n♮ Coro del Teatro di San Carlo\n# Accademia del Teatro di San Carlo
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DESCRIPTION:Festival Musica Barocca\, Teatro di Corte di Palazzo Reale\nLa Dama Spagnola e il Cavalier Romano\nIntermezzi in musica \nMusiche |  Alessandro Scarlatti\nTesti | Nicolò Serino\nDirettore |  Enzo Amato\nRegia | Barbara Napolitano\nCoreografie | Nyko Piscopo\nAiuto regia | Andrea Russo\nCostumi | Giusi Giustino\nLuci | Nunzio Perrella\nAssistenti ai costumi | Davide Manganella e Roberta Bevilacqua\ncon la collaborazione di Siria Bossone\, Maria Cecio\, Andrea Colicchio\, Esther Dianor\, Vincenzo Ferrara\, Cristina Ferrazzano\, Francesca Mariniello\, Annika Ruggia\, Gaia Sarntaro\, Teresa Trocchia \nInterpreti \nPericca | Anastasiia Sagaydak\nVarrone | Antimo Dell’Olmo \ncon Antonio Apadula \ne la partecipazione degli allievi della Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo\nCristian Alfieri\, Immacolata Cafiero\, Salvatore Junior Riccio\, Giada Varone \nOrchestra da Camera di Napoli \nProduzione del Teatro di San Carlo \nVenerdì 12 settembre 2025 ore 20:00\nSabato 13 settembre 2025 ore 20:00 \nTeatro di Corte di Palazzo Reale \nDURATA: 60’ SENZA INTERVALLO
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SUMMARY:CANI LUNARI
DESCRIPTION:Körper sta portando avanti la collaborazione con il coreografo Francesco Marilungo per la produzione del suo nuovo lavoro\, Cani Lunari\, che debutterà a settembre 2025 all’interno di IRA Platorm (progetto curato da IRA – Internatonal Institute for Performing Arts) a Soverato.\nDopo il successo di Stuporosa (Premio Ubu come miglior spettacolo di danza)\, Cani Lunari prosegue l’indagine sul mondo femminile\, concentrandosi sulla magia e sulla figura della strega\, come raccontata nella tradizione popolare italiana.\nNel 2024\, Marilungo ha avviato un intenso processo di ricerca tra Barbagia\, Appennini emiliani e marchigiani\, e Isole Eolie\, raccogliendo testimonianze dirette e avviando residenze creative con un castridotto. Nel 2025\, la produzione è stata ripresa con il cast completo\, composto da quattro danzatrici e una musicista-performer. La musicista Vera Di Lecce\, già candidata al Premio Ubu per Stuporosa\, sta sviluppando insieme a Marilungo formule magiche della tradizione popolare in versione elttronica.\nIl progetto ha vinto il Premio CollaborAction del Network Anticorpi XL\, che garantisce un sostegno economico\, residenze artistiche e una tournée nazionale. Tuttavia\, vista la complessità della produzione\, sono necessarie ulteriori risorse per completare il lavoro. \nCANI LUNARI \nCoreografia e Regia Francesco Marilungo\nCon Vera Di Lecce\, Barbara Novati\, Roberta Racis\, Alice Raffaelli\,\nFrancesca Linnea Ugolini\nCostumi Lessico Familiare\nMusica e Vocal Coaching Vera Di Lecce\nDisegno Luci Gianni Staropoli\nFoto e Video Luca Del Pia\nProduzione Körper | Centro Nazionale di Produzione della Danza\nCoproduzione SNAPORAZVEREIN\, IRA Institute \nIl progetto è stato realizzato con il contributo di ResiDance – luoghi e progetto di residenza per creazioni coreografiche azione del Network Rete Anticorpi XL: Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro)\, AMAT – Associazione Marchigiana per le Attività Teatrali\, Consorzio PUGLIA CULTURE – Consorzio Regionale per le Arti e la Cultura in collaborazione con Associazione Menhir / festival LE DANZATRICI en plein air di Ruvo di Puglia e Ass. Cult. TEATRO MENZATI’/ TEX – Il Teatro dell’ExFadda di San Vito dei Normanni (Puglia). \ncon il sostegno di Cross Festival\, Primavera dei Teatri Castrovillari\ncon il contributo di Marosi Festival\, Teatro delle Moire \nNei mesi invernali quando la luna è piena o quasi\, può capitare che la sua luce venga rifratta dai cristalli di ghiaccio presenti nelle alte nubi generando un alone circolare attorno al satellite con due bagliori simmetrici ai lati: i cani lunari.\nFenomeni atmosferici che la tradizione popolare leggeva come presagi di tempesta ma che erano anche segnali di passaggio\, varchi visivi verso l’invisibile.\nCANI LUNARI è un progetto coreografico che attraversa questi varchi e si immerge in un immaginario radicato nel femminile arcaico\, nei saperi magici\, nei corpi estatici.\nUn’indagine sensibile attorno alla figura della strega\, della guaritrice: non come residuo folklorico o stereotipo demonizzato\, ma come emblema di un sapere marginale e potente\, che resiste alle logiche dell’utile e del visibile. \nAttraverso un processo di ricerca che unisce materiali d’archivio\, testimonianze orali\, iconografie folkloriche e pratiche corporee\, CANI LUNARI costruisce un rito performativo in cui il corpo danza la trance\, l’estasi\, la metamorfosi. \nLe performer con in mano corvi imbalsamati – anime fuoriuscite\, animali guida\, spiriti della soglia – compiono gesti sospesi tra rito e finzione\, magia e gioco teatrale. Il movimento si nutre di frammentazioni\, zoppie\, gesti arcaici e improvvisi slittamenti verso l’animalità\, evocando un mondo in cui il confine tra umano e ultra-umano è poroso e mobile. \nIl corpo si muove “sopra acqua e sopra vento”\, secondo formule antiche che ancora oggi risuonano in alcuni territori italiani\, ai margini.\nNel cuore del progetto si annida anche una riflessione sul corpo isterico\, luogo femminile di crisi ed enigma\, storicamente associato alla figura della strega e allo stato di possessione.\nLe fotografie ottocentesche della Salpêtrière diventano materiale simbolico da incarnare: corpi fuori controllo\, attraversati dall’invisibile\, che performano un sapere altro.\nIl corpo della strega diventa organismo di passaggio tra dimensioni – come scriveva John Cotta\, “non viaggiatrice tra mondi\, ma luogo dell’incontro tra diverse sfere dell’essere”. \nCANI LUNARI rievoca un sapere che è politico e sensoriale\, un’epistemologia incarnata. L’anima\, uccello o fiato\, esce dalla bocca\, vola\, si stacca e poi ritorna nel corpo.\nCome nelle confessioni estorte alle donne perseguitate – spesso visionarie\, narratrici\, guaritrici – il corpo diventa racconto\, rito di guarigione\, esercizio di sopravvivenza.\nIl paesaggio sonoro\, firmato da Vera Di Lecce\, intreccia elettronica e suono naturale\, canti orali e formule magiche\, in una partitura sospesa tra il terrestre e il divino.\nCANI LUNARI è un attraversamento\, un sabba bianco\, un rituale collettivo per re-incantare il mondo.
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La musicista Vera Di Lecce\, già candidata al Premio Ubu per Stuporosa\, sta sviluppando insieme a Marilungo formule magiche della tradizione popolare in versione elttronica.\nIl progetto ha vinto il Premio CollaborAction del Network Anticorpi XL\, che garantisce un sostegno economico\, residenze artistiche e una tournée nazionale. Tuttavia\, vista la complessità della produzione\, sono necessarie ulteriori risorse per completare il lavoro. \nCANI LUNARI \nCoreografia e Regia Francesco Marilungo\nCon Vera Di Lecce\, Barbara Novati\, Roberta Racis\, Alice Raffaelli\,\nFrancesca Linnea Ugolini\nCostumi Lessico Familiare\nMusica e Vocal Coaching Vera Di Lecce\nDisegno Luci Gianni Staropoli\nFoto e Video Luca Del Pia\nProduzione Körper | Centro Nazionale di Produzione della Danza\nCoproduzione SNAPORAZVEREIN\, IRA Institute \nIl progetto è stato realizzato con il contributo di ResiDance – luoghi e progetto di residenza per creazioni coreografiche azione del Network Rete Anticorpi XL: Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro)\, AMAT – Associazione Marchigiana per le Attività Teatrali\, Consorzio PUGLIA CULTURE – Consorzio Regionale per le Arti e la Cultura in collaborazione con Associazione Menhir / festival LE DANZATRICI en plein air di Ruvo di Puglia e Ass. 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TEATRO MENZATI’/ TEX – Il Teatro dell’ExFadda di San Vito dei Normanni (Puglia). \ncon il sostegno di Cross Festival\, Primavera dei Teatri Castrovillari\ncon il contributo di Marosi Festival\, Teatro delle Moire \nNei mesi invernali quando la luna è piena o quasi\, può capitare che la sua luce venga rifratta dai cristalli di ghiaccio presenti nelle alte nubi generando un alone circolare attorno al satellite con due bagliori simmetrici ai lati: i cani lunari.\nFenomeni atmosferici che la tradizione popolare leggeva come presagi di tempesta ma che erano anche segnali di passaggio\, varchi visivi verso l’invisibile.\nCANI LUNARI è un progetto coreografico che attraversa questi varchi e si immerge in un immaginario radicato nel femminile arcaico\, nei saperi magici\, nei corpi estatici.\nUn’indagine sensibile attorno alla figura della strega\, della guaritrice: non come residuo folklorico o stereotipo demonizzato\, ma come emblema di un sapere marginale e potente\, che resiste alle logiche dell’utile e del visibile. \nAttraverso un processo di ricerca che unisce materiali d’archivio\, testimonianze orali\, iconografie folkloriche e pratiche corporee\, CANI LUNARI costruisce un rito performativo in cui il corpo danza la trance\, l’estasi\, la metamorfosi. \nLe performer con in mano corvi imbalsamati – anime fuoriuscite\, animali guida\, spiriti della soglia – compiono gesti sospesi tra rito e finzione\, magia e gioco teatrale. Il movimento si nutre di frammentazioni\, zoppie\, gesti arcaici e improvvisi slittamenti verso l’animalità\, evocando un mondo in cui il confine tra umano e ultra-umano è poroso e mobile. \nIl corpo si muove “sopra acqua e sopra vento”\, secondo formule antiche che ancora oggi risuonano in alcuni territori italiani\, ai margini.\nNel cuore del progetto si annida anche una riflessione sul corpo isterico\, luogo femminile di crisi ed enigma\, storicamente associato alla figura della strega e allo stato di possessione.\nLe fotografie ottocentesche della Salpêtrière diventano materiale simbolico da incarnare: corpi fuori controllo\, attraversati dall’invisibile\, che performano un sapere altro.\nIl corpo della strega diventa organismo di passaggio tra dimensioni – come scriveva John Cotta\, “non viaggiatrice tra mondi\, ma luogo dell’incontro tra diverse sfere dell’essere”. \nCANI LUNARI rievoca un sapere che è politico e sensoriale\, un’epistemologia incarnata. 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DESCRIPTION:VINCENZO DE LUCIA\n\n\n\n\nSQUILLA\nIL TELEFONO\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nAutore: Vincenzo De Lucia\, Vincenzo Comunale\, Alfredo Le Boffe \nInterpreti: Vincenzo De Lucia \nMusiche e Arrangiamenti: Claudio Romano \nCostumi: Dora Maione \nTrucco: Vincenzo Cucchiara \nAiuto regia: Matteo Notaro\, Alfredo Le Boffe \nOrganizzazione: Enza Felice \nSegreteria di produzione: Federica Corino \nDistribuzione: Nicola Canonico per la GoodMood \n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nSinossi: \nUn rotocalco di musica e imitazioni. sue più celebri imitazioni conivolgendo continuamente lo spettatore in giochi e medley musicali. Senza perciò dimenticare una sua poco immaginata abilità: il regalare\, a chi assiste\, leggerezza e buonumore.
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LOCATION:Complesso Monumentale SS Trinita’ e Paradiso\, Viale della Rimembranza\, 1\, VICO EQUENSE\, Na\, 80069\, Italy
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DESCRIPTION:Oksana Lyniv\nDirettore | Oksana Lyniv♭  \nProgramma\nOttorino Respighi\, Gli uccelli\, P. 154\nCarl Maria von Weber\, da Oberon\, Ouverture\nLudwig Van Beethoven\, Sinfonia n. 5 in do minore\, Op. 67 \nOrchestra del Teatro di San Carlo \nReal Sito di Carditello (San Tammaro CE) | Carditello Festival 2025\ngiovedì 31 luglio 2025\, ore 20:30 \nDurata: 1 ora e 40 minuti circa\, con intervallo
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LOCATION:Via Carditello\, 81050 San Tammaro (CE)\, Via Carditello\, San Tammaro\, (CE)\, 81050\, Italy
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SUMMARY:Finale di partita
DESCRIPTION:Dal 13 novembre Al 30 novembre\n\n\n\n\nFinale di partita\n\n\n\n\ndi Samuel Beckett\, regia Gabriele Russo\n\n\n\nLa “zona d’interesse” teatrale più a rischio – e ancora oggi centrale – è sempre la stessa: la famiglia. Da Sofocle al teatro contemporaneo\, attraverso i secoli\, resta il luogo della frattura\, della lotta\, del non detto e del soffocamento. Un teorico (mio alter ego: Elvis Flanella) scrisse un breve saggio intitolato “LA FAMIGLIA: distruzioni per l’uso”.\nEcco\, per affrontare un testo sacro come Finale di partita nel 2025\, ripartirei proprio da lì. Cercherei di allontanarmi dai confini teorici più consueti del testo – quelli legati alla filosofia dell’Assurdo e all’immaginario distopico o post-atomico\, tipici delle letture del secolo scorso – per calarlo in una dimensione più concreta\, più prossima a noi.\nIl cuore del dramma beckettiano resta lo stesso: una famiglia chiusa in un eterno gioco al massacro. Ma oggi\, dopo il trauma collettivo della Pandemia\, il senso di questa segregazione assume nuove sfumature. In quel periodo ci siamo trovati tutti\, in un modo o nell’altro\, di fronte alla precarietà dell’esistenza\, all’incertezza del vivere e del convivere\, alla fragilità dei legami interpersonali – e in modo ancora più devastante\, di quelli familiari.\nLa paura del futuro ha finito per erodere il presente\, rendendolo uniforme\, anestetizzato. La comunicazione mediatica ha scandito e regolato le nostre giornate\, riducendo la casa a un bunker esistenziale. E quella che qualcuno ha chiamato “la peste del 2000” ha lasciato dietro di sé piccole e grandi distruzioni – fratture su cui\, oggi\, possiamo iniziare a riflettere. A distanza di qualche anno\, forse possiamo provare a farne buon uso.\nLa partita è sempre la stessa. Ma il finale non andrà cercato solo in processi filosofici o metafisici. Sarà il Dolore a parlare. E\, con lui\, le fratture e i cataclismi sociali e politici che il post-2020 ci ha lasciato in eredità.\nMichele Di Mauro\n\nCrediti:FINALE DI PARTITA\ndi Samuel Beckett\ntraduzione Carlo Frutteroregia Gabriele Russocon Michele Di Mauro\, Alessio Piazza\, Giuseppe Sartori\, Anna Rita Vitoloscene Roberto Crea\ndisegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzoproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini\, Teatro Biondo Palermo
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LOCATION:Teatro Bellini\, Via Conte di Ruvo\, 14\, Napoli (NA)\, 80135\, Italy
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SUMMARY:Come gli uccelli
DESCRIPTION:Dal 10 febbraio 2026 Al 15 febbraio 2026\n\n\n\n\nCome gli uccelli\n\n\n\n\ndi Wajdi Mouawad\, regia di Marco Lorenzi\n\n\n\n\nIncontri straordinari.  \n«Ci sono testi teatrali e spettacoli con cui fai un pezzo di strada\, passi del tempo insieme\, diventano un viaggio di conoscenza per te e per chi percorre quella strada insieme a te\, e poi\, quando tutto è finito ci si lascia come è normale che sia. Poi\, ci sono testi teatrali e spettacoli che sconvolgono tutto\, come una bomba piazzata nel bel mezzo della tua vita d’artista. Incontri che ti segnano per sempre. \nCome gli uccelli / Tous des oiseaux fa parte del secondo tipo di incontro.\nDi recente a New York\, io e Barbara\, siamo entrati per caso in un negozio\, ad Harlem. Parlando con il proprietario gli abbiamo chiesto perché avesse scelto come simbolo di quel negozio una tartaruga. Ci ha risposto: “Perché la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio”.\nE lo porto nel cuore mentre mi addentro nella storia complessa e magnifica scritta da Wajdi Mouawad. Il grande teatro infatti ci sa stupire nel momento in cui decidiamo di “uscire di casa”\, di andare verso l’Altro a costo di andare contro la nostra propria tribù – come direbbe Mouawad stesso.\nE Tous des oiseaux è grande teatro. Il grande teatro che intreccia la grande Storia con quelle più piccole e intime che appartengono alla nostra vita e ai nostri desideri\, che dilata il tempo mentre ci perdiamo in un rito potente e emozionante che parla non solo di noi\, ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. Che non ci lascia indifferenti di fronte all’amore e alla crudeltà dell’essere umano.Tous des oiseaux è grande teatro\, forse il miglior tipo di teatro\, perché sa giocare con la forma\, con i linguaggi\, portarli alle estreme conseguenze del virtuosismo senza però perdere mai il contatto con quel bisogno ancestrale che il teatro porta scritto nel suo codice genetico: farci emozionare.\nA questo punto diventa una grande sfida portarlo in scena. E farsi “veicolo” di tutto questo. Ma penso che da sempre faccia parte del mio percorso e del Mulino di Amleto ricercare instancabilmente di spostare i confini del teatro qualche metro più in avanti rispetto a dove pensiamo che siano. Mouawad ci ha regalato una materia densa e infuocata\, perfetta per farlo. \nParola. Tempo. Emozione.  \nCome gli uccelli è stata l’occasione per costruire un cast unico\, che mescolasse attori italiani ad attori provenienti da altri paesi\, origini e biografie\, con un’eterogeneità linguistica e culturale che durante il processo di creazione dello spettacolo potesse riprodurre quel percorso di “incontro”\, quell’andare verso l’Altro che – come per Mouawad così per il Mulino – è una ragione di vita e di poetica. \nHo chiesto a questo incredibile cast di interpreti (e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sappiamo sul teatro per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo\, delle relazioni che costruiamo\, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che\, per tre ore\, si reggerà interamente sulle loro spalle\, sulla loro forza\, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria\, con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. Come gli uccelli risuonerà infatti di una molteplicità linguistica per cui\, oltre all’italiano\, gli attori reciteranno in ebraico\, tedesco\, arabo. \nAnche la scelta della durata dello spettacolo è conseguenza inevitabile dell’epica costruzione del testo di Mouawad. La sua capacità di costruire una saga familiare che si snoda per tre continenti\, tre generazioni\, diversi luoghi e momenti storici\, ci porta a fare i conti con il tempo. Il tempo passato che non è passato perché continua a lasciare profonde tracce che influenzano il nostro presente\, che continua a ripetersi in un paradosso quantico per cui passato\, presente e futuro si sommano e sovrappongono non lasciandoci apparentemente mai liberi nelle nostre scelte… La durata dello spettacolo diventa uno strumento per entrare in un respiro narrativo emotivamente fortissimo\, melodrammatico\, coerentemente incoerente\, che progressivamente innalza la tensione drammatica a mano a mano che ci avviciniamo alla verità. E che non abbandona mai lo spettatore. \nAllo stesso tempo\, il racconto\, la parola detta\, raccontata\, sono per Mouawad uno strumento di forza e di guarigione. Grazie alla forza della narrazione disseppelliamo la verità nascosta nel passato\, accompagniamo i morti fino all’ultimo passo\, guariamo le ferite dei vivi\, ci riscopriamo umani e uniti \nnella vulnerabilità che ci accomuna. Per questo (penso) Mouawad ama costruire storie. Storie in cui perderci per poi ritrovarci dopo un viaggio lungo e commovente. \nAlla ricerca di una visione politica e umana.  \nCome cittadino e come artista del XXI secolo credo che continuare a ragionare secondo sistemi e visioni superati e fallimentari\, sia l’unico errore da non fare. Continuare a ragionare secondo categorie identitarie auto-riferite e continuare a creare un teatro (un’Arte)\, borghese\, che – per quanto sia d’avanguardia – rimane sempre arte identitaria e espressione di una visione parziale\, non abbia più senso nel capitalismo globale dove non esiste più la possibilità di “rimanere esterni”\, di far finta di nulla\, dove i “muri” non hanno più senso e dove solo i “ponti” sono una possibilità di futuro. È solo quando si inizia a percepire come propri anche i conflitti e i problemi del mondo che consideriamo distanti\, che\, entriamo in un flusso davvero globale di consapevolezza\, di comprensione e di reale cambiamento. Allora elaboriamo un punto di vista complesso e ricco per la nostra arte e permettiamo alla realtà di ferirci\, di attraversarci\, per pensare un teatro che possa continuare a parlare con il mondo che ci circonda\, con una realtà complessa\, multilingue\, conflittuale. \nScegliere di affrontare una sfida come Come gli uccelli / Tous des oiseaux è chiederci cosa c’è dall’altra parte di quel muro\, immaginario o concreto\, che giganteggia anche nello spazio scenico dello spettacolo? Con il Mulino di Amleto approfondisco da tempo un percorso di ricerca e di creazione che nasce da questa inquieta e plurale visione del mondo: la ricerca dell’Altro\, l’apertura umana e filosofica\, sono stati i presupposti costitutivi dei lavori più recenti del nostro gruppo. Questa instancabile passione verso l’Altro ora fa un ulteriore passo avanti. Con Come gli uccelli si traduce in una internazionalizzazione dei collaboratori artistici\, in una pluralità di linguaggio\, in un pensiero plurale sin dal momento della nascita del processo di creazione e della progettazione. D’altronde – citando Milo Rau – “il teatro non è un prodotto\, ma un processo di produzione”. E allora la nostra idea è di permettere a questo processo (e a tutti gli artisti e collaboratori) di farsi specchio di un’idea di teatro contemporaneo in relazione con le trasformazioni economiche e culturali che stiamo vivendo (o subendo?). Essere il primo step di una compagnia internazionale di professionisti\, uno spettacolo multilingue\, una visione naturalmente orientata oltre i confini nazionali\, gli interrogativi che ci animano la scelta di un testo così potente e toccante\, scomodo e lacerante\, rendono questo progetto anche una dichiarazione politica. D’altronde una grande sfida drammaturgica è una sfida linguistica e\, in quanto tale\, è una sfida politica! \nIl coraggio delle scelte  \nIn Germania\, nel 2019\, prima che la pandemia portasse alla chiusura delle sale teatrali\, Tous des oiseaux era già stato messo in scena in 16 grandi teatri. In Francia è stato un vero e proprio “caso”. Il testo vanta già numerose traduzioni e messinscene in tutta Europa. E in Italia? Questo progetto – non solo idealmente\, ma nelle scelte formali e concrete che lo accompagnano – dichiara e rafforza la vocazione al dialogo con il teatro europeo che anima il Mulino di Amleto e il mio percorso di regista. Dopo Festen\, Kollaps\, Platonov\, Affabulazione\, Senza Famiglia\, Ruy Blas\, ci poniamo ancora una volta come pionieri di titoli e autori. \nCome gli uccelli\, è anche un modo per mettere in discussione una idea di “repertorio” che nel nostro paese sta diventando progressivamente sempre più stitico e conservativo. Abbiamo bisogno di idee nuove\, di grandi testi che raccontino queste idee\, e di spettacoli rischiosi che le condividano con il pubblico. Ma abbiamo soprattutto bisogno di una cosa: coraggio. Il coraggio di fare scelte scomode\, incerte\, non consolatorie\, affondare le menti e i cuori in meravigliosi testi che vengono scritti da grandi autrici e grandi autori vivi e contemporanei. Saranno i classici del futuro». \n\nCrediti: \n\n\n\nCOME GLI UCCELLI\ndi Wajdi Mouawad \ntraduzione di Monica Capuani\ndel testo originale Tous des oiseaux\nadattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi  \nregia di Marco Lorenzi  \npersonaggi/Interpreti\nFederico Palumeri Eitan\nLucrezia Forni Wahida\nBarbara Mazzi Eden / Leah giovane\nIrene Ivaldi Leah\nRebecca Rossetti Norah / Infermiera\nAleksandar Cvjetković Etgar\nElio D’Alessandro David / Cameriere\nSaid Esserairi Al Wazzân\nRaffaele Musella Etgar giovane / Rabbino / Medico \nassistente alla regia Lorenzo De Iacovo\ndramaturg Monica Capuani\nconsulente storico Natalie Zemon Davis\nscenografia e costumi Gregorio Zurla\ndisegno luci Umberto Camponeschi\ndisegno sonoro Massimiliano Bressan\nvocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro\nesecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magia Gianluca Angelillo\nvideo Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte\nconsulente lingua ebraica Sarah Kaminski\nconsulente lingua tedesca Elisabeth Eberl\nfoto di scena Giuseppe Distefano  \nun progetto de Il Mulino di Amleto\nspettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory\, Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa In collaborazione con Festival delle Colline Torinesi \ncon il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo
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LOCATION:Teatro Bellini\, Via Conte di Ruvo\, 14\, Napoli (NA)\, 80135\, Italy
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Ci ha risposto: “Perché la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio”.\nE lo porto nel cuore mentre mi addentro nella storia complessa e magnifica scritta da Wajdi Mouawad. Il grande teatro infatti ci sa stupire nel momento in cui decidiamo di “uscire di casa”\, di andare verso l’Altro a costo di andare contro la nostra propria tribù – come direbbe Mouawad stesso.\nE Tous des oiseaux è grande teatro. Il grande teatro che intreccia la grande Storia con quelle più piccole e intime che appartengono alla nostra vita e ai nostri desideri\, che dilata il tempo mentre ci perdiamo in un rito potente e emozionante che parla non solo di noi\, ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. Che non ci lascia indifferenti di fronte all’amore e alla crudeltà dell’essere umano.Tous des oiseaux è grande teatro\, forse il miglior tipo di teatro\, perché sa giocare con la forma\, con i linguaggi\, portarli alle estreme conseguenze del virtuosismo senza però perdere mai il contatto con quel bisogno ancestrale che il teatro porta scritto nel suo codice genetico: farci emozionare.\nA questo punto diventa una grande sfida portarlo in scena. E farsi “veicolo” di tutto questo. Ma penso che da sempre faccia parte del mio percorso e del Mulino di Amleto ricercare instancabilmente di spostare i confini del teatro qualche metro più in avanti rispetto a dove pensiamo che siano. Mouawad ci ha regalato una materia densa e infuocata\, perfetta per farlo. \nParola. Tempo. Emozione.  \nCome gli uccelli è stata l’occasione per costruire un cast unico\, che mescolasse attori italiani ad attori provenienti da altri paesi\, origini e biografie\, con un’eterogeneità linguistica e culturale che durante il processo di creazione dello spettacolo potesse riprodurre quel percorso di “incontro”\, quell’andare verso l’Altro che – come per Mouawad così per il Mulino – è una ragione di vita e di poetica. \nHo chiesto a questo incredibile cast di interpreti (e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sappiamo sul teatro per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo\, delle relazioni che costruiamo\, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che\, per tre ore\, si reggerà interamente sulle loro spalle\, sulla loro forza\, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria\, con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. Come gli uccelli risuonerà infatti di una molteplicità linguistica per cui\, oltre all’italiano\, gli attori reciteranno in ebraico\, tedesco\, arabo. \nAnche la scelta della durata dello spettacolo è conseguenza inevitabile dell’epica costruzione del testo di Mouawad. La sua capacità di costruire una saga familiare che si snoda per tre continenti\, tre generazioni\, diversi luoghi e momenti storici\, ci porta a fare i conti con il tempo. Il tempo passato che non è passato perché continua a lasciare profonde tracce che influenzano il nostro presente\, che continua a ripetersi in un paradosso quantico per cui passato\, presente e futuro si sommano e sovrappongono non lasciandoci apparentemente mai liberi nelle nostre scelte… La durata dello spettacolo diventa uno strumento per entrare in un respiro narrativo emotivamente fortissimo\, melodrammatico\, coerentemente incoerente\, che progressivamente innalza la tensione drammatica a mano a mano che ci avviciniamo alla verità. E che non abbandona mai lo spettatore. \nAllo stesso tempo\, il racconto\, la parola detta\, raccontata\, sono per Mouawad uno strumento di forza e di guarigione. Grazie alla forza della narrazione disseppelliamo la verità nascosta nel passato\, accompagniamo i morti fino all’ultimo passo\, guariamo le ferite dei vivi\, ci riscopriamo umani e uniti \nnella vulnerabilità che ci accomuna. Per questo (penso) Mouawad ama costruire storie. Storie in cui perderci per poi ritrovarci dopo un viaggio lungo e commovente. \nAlla ricerca di una visione politica e umana.  \nCome cittadino e come artista del XXI secolo credo che continuare a ragionare secondo sistemi e visioni superati e fallimentari\, sia l’unico errore da non fare. Continuare a ragionare secondo categorie identitarie auto-riferite e continuare a creare un teatro (un’Arte)\, borghese\, che – per quanto sia d’avanguardia – rimane sempre arte identitaria e espressione di una visione parziale\, non abbia più senso nel capitalismo globale dove non esiste più la possibilità di “rimanere esterni”\, di far finta di nulla\, dove i “muri” non hanno più senso e dove solo i “ponti” sono una possibilità di futuro. È solo quando si inizia a percepire come propri anche i conflitti e i problemi del mondo che consideriamo distanti\, che\, entriamo in un flusso davvero globale di consapevolezza\, di comprensione e di reale cambiamento. Allora elaboriamo un punto di vista complesso e ricco per la nostra arte e permettiamo alla realtà di ferirci\, di attraversarci\, per pensare un teatro che possa continuare a parlare con il mondo che ci circonda\, con una realtà complessa\, multilingue\, conflittuale. \nScegliere di affrontare una sfida come Come gli uccelli / Tous des oiseaux è chiederci cosa c’è dall’altra parte di quel muro\, immaginario o concreto\, che giganteggia anche nello spazio scenico dello spettacolo? Con il Mulino di Amleto approfondisco da tempo un percorso di ricerca e di creazione che nasce da questa inquieta e plurale visione del mondo: la ricerca dell’Altro\, l’apertura umana e filosofica\, sono stati i presupposti costitutivi dei lavori più recenti del nostro gruppo. Questa instancabile passione verso l’Altro ora fa un ulteriore passo avanti. Con Come gli uccelli si traduce in una internazionalizzazione dei collaboratori artistici\, in una pluralità di linguaggio\, in un pensiero plurale sin dal momento della nascita del processo di creazione e della progettazione. D’altronde – citando Milo Rau – “il teatro non è un prodotto\, ma un processo di produzione”. E allora la nostra idea è di permettere a questo processo (e a tutti gli artisti e collaboratori) di farsi specchio di un’idea di teatro contemporaneo in relazione con le trasformazioni economiche e culturali che stiamo vivendo (o subendo?). Essere il primo step di una compagnia internazionale di professionisti\, uno spettacolo multilingue\, una visione naturalmente orientata oltre i confini nazionali\, gli interrogativi che ci animano la scelta di un testo così potente e toccante\, scomodo e lacerante\, rendono questo progetto anche una dichiarazione politica. D’altronde una grande sfida drammaturgica è una sfida linguistica e\, in quanto tale\, è una sfida politica! \nIl coraggio delle scelte  \nIn Germania\, nel 2019\, prima che la pandemia portasse alla chiusura delle sale teatrali\, Tous des oiseaux era già stato messo in scena in 16 grandi teatri. In Francia è stato un vero e proprio “caso”. Il testo vanta già numerose traduzioni e messinscene in tutta Europa. E in Italia? Questo progetto – non solo idealmente\, ma nelle scelte formali e concrete che lo accompagnano – dichiara e rafforza la vocazione al dialogo con il teatro europeo che anima il Mulino di Amleto e il mio percorso di regista. Dopo Festen\, Kollaps\, Platonov\, Affabulazione\, Senza Famiglia\, Ruy Blas\, ci poniamo ancora una volta come pionieri di titoli e autori. \nCome gli uccelli\, è anche un modo per mettere in discussione una idea di “repertorio” che nel nostro paese sta diventando progressivamente sempre più stitico e conservativo. Abbiamo bisogno di idee nuove\, di grandi testi che raccontino queste idee\, e di spettacoli rischiosi che le condividano con il pubblico. Ma abbiamo soprattutto bisogno di una cosa: coraggio. Il coraggio di fare scelte scomode\, incerte\, non consolatorie\, affondare le menti e i cuori in meravigliosi testi che vengono scritti da grandi autrici e grandi autori vivi e contemporanei. Saranno i classici del futuro». \n\nCrediti: \n\n\n\nCOME GLI UCCELLI\ndi Wajdi Mouawad \ntraduzione di Monica Capuani\ndel testo originale Tous des oiseaux\nadattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi  \nregia di Marco Lorenzi  \npersonaggi/Interpreti\nFederico Palumeri Eitan\nLucrezia Forni Wahida\nBarbara Mazzi Eden / Leah giovane\nIrene Ivaldi Leah\nRebecca Rossetti Norah / Infermiera\nAleksandar Cvjetković Etgar\nElio D’Alessandro David / Cameriere\nSaid Esserairi Al Wazzân\nRaffaele Musella Etgar giovane / Rabbino / Medico \nassistente alla regia Lorenzo De Iacovo\ndramaturg Monica Capuani\nconsulente storico Natalie Zemon Davis\nscenografia e costumi Gregorio Zurla\ndisegno luci Umberto Camponeschi\ndisegno sonoro Massimiliano Bressan\nvocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro\nesecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magia Gianluca Angelillo\nvideo Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte\nconsulente lingua ebraica Sarah Kaminski\nconsulente lingua tedesca Elisabeth Eberl\nfoto di scena Giuseppe Distefano  \nun progetto de Il Mulino di Amleto\nspettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory\, Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa In collaborazione con Festival delle Colline Torinesi \ncon il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo
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Ci ha risposto: “Perché la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio”.\nE lo porto nel cuore mentre mi addentro nella storia complessa e magnifica scritta da Wajdi Mouawad. Il grande teatro infatti ci sa stupire nel momento in cui decidiamo di “uscire di casa”\, di andare verso l’Altro a costo di andare contro la nostra propria tribù – come direbbe Mouawad stesso.\nE Tous des oiseaux è grande teatro. Il grande teatro che intreccia la grande Storia con quelle più piccole e intime che appartengono alla nostra vita e ai nostri desideri\, che dilata il tempo mentre ci perdiamo in un rito potente e emozionante che parla non solo di noi\, ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. Che non ci lascia indifferenti di fronte all’amore e alla crudeltà dell’essere umano.Tous des oiseaux è grande teatro\, forse il miglior tipo di teatro\, perché sa giocare con la forma\, con i linguaggi\, portarli alle estreme conseguenze del virtuosismo senza però perdere mai il contatto con quel bisogno ancestrale che il teatro porta scritto nel suo codice genetico: farci emozionare.\nA questo punto diventa una grande sfida portarlo in scena. E farsi “veicolo” di tutto questo. Ma penso che da sempre faccia parte del mio percorso e del Mulino di Amleto ricercare instancabilmente di spostare i confini del teatro qualche metro più in avanti rispetto a dove pensiamo che siano. Mouawad ci ha regalato una materia densa e infuocata\, perfetta per farlo. \nParola. Tempo. Emozione.  \nCome gli uccelli è stata l’occasione per costruire un cast unico\, che mescolasse attori italiani ad attori provenienti da altri paesi\, origini e biografie\, con un’eterogeneità linguistica e culturale che durante il processo di creazione dello spettacolo potesse riprodurre quel percorso di “incontro”\, quell’andare verso l’Altro che – come per Mouawad così per il Mulino – è una ragione di vita e di poetica. \nHo chiesto a questo incredibile cast di interpreti (e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sappiamo sul teatro per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo\, delle relazioni che costruiamo\, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che\, per tre ore\, si reggerà interamente sulle loro spalle\, sulla loro forza\, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria\, con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. Come gli uccelli risuonerà infatti di una molteplicità linguistica per cui\, oltre all’italiano\, gli attori reciteranno in ebraico\, tedesco\, arabo. \nAnche la scelta della durata dello spettacolo è conseguenza inevitabile dell’epica costruzione del testo di Mouawad. La sua capacità di costruire una saga familiare che si snoda per tre continenti\, tre generazioni\, diversi luoghi e momenti storici\, ci porta a fare i conti con il tempo. Il tempo passato che non è passato perché continua a lasciare profonde tracce che influenzano il nostro presente\, che continua a ripetersi in un paradosso quantico per cui passato\, presente e futuro si sommano e sovrappongono non lasciandoci apparentemente mai liberi nelle nostre scelte… La durata dello spettacolo diventa uno strumento per entrare in un respiro narrativo emotivamente fortissimo\, melodrammatico\, coerentemente incoerente\, che progressivamente innalza la tensione drammatica a mano a mano che ci avviciniamo alla verità. E che non abbandona mai lo spettatore. \nAllo stesso tempo\, il racconto\, la parola detta\, raccontata\, sono per Mouawad uno strumento di forza e di guarigione. Grazie alla forza della narrazione disseppelliamo la verità nascosta nel passato\, accompagniamo i morti fino all’ultimo passo\, guariamo le ferite dei vivi\, ci riscopriamo umani e uniti \nnella vulnerabilità che ci accomuna. Per questo (penso) Mouawad ama costruire storie. Storie in cui perderci per poi ritrovarci dopo un viaggio lungo e commovente. \nAlla ricerca di una visione politica e umana.  \nCome cittadino e come artista del XXI secolo credo che continuare a ragionare secondo sistemi e visioni superati e fallimentari\, sia l’unico errore da non fare. Continuare a ragionare secondo categorie identitarie auto-riferite e continuare a creare un teatro (un’Arte)\, borghese\, che – per quanto sia d’avanguardia – rimane sempre arte identitaria e espressione di una visione parziale\, non abbia più senso nel capitalismo globale dove non esiste più la possibilità di “rimanere esterni”\, di far finta di nulla\, dove i “muri” non hanno più senso e dove solo i “ponti” sono una possibilità di futuro. È solo quando si inizia a percepire come propri anche i conflitti e i problemi del mondo che consideriamo distanti\, che\, entriamo in un flusso davvero globale di consapevolezza\, di comprensione e di reale cambiamento. Allora elaboriamo un punto di vista complesso e ricco per la nostra arte e permettiamo alla realtà di ferirci\, di attraversarci\, per pensare un teatro che possa continuare a parlare con il mondo che ci circonda\, con una realtà complessa\, multilingue\, conflittuale. \nScegliere di affrontare una sfida come Come gli uccelli / Tous des oiseaux è chiederci cosa c’è dall’altra parte di quel muro\, immaginario o concreto\, che giganteggia anche nello spazio scenico dello spettacolo? Con il Mulino di Amleto approfondisco da tempo un percorso di ricerca e di creazione che nasce da questa inquieta e plurale visione del mondo: la ricerca dell’Altro\, l’apertura umana e filosofica\, sono stati i presupposti costitutivi dei lavori più recenti del nostro gruppo. Questa instancabile passione verso l’Altro ora fa un ulteriore passo avanti. Con Come gli uccelli si traduce in una internazionalizzazione dei collaboratori artistici\, in una pluralità di linguaggio\, in un pensiero plurale sin dal momento della nascita del processo di creazione e della progettazione. D’altronde – citando Milo Rau – “il teatro non è un prodotto\, ma un processo di produzione”. E allora la nostra idea è di permettere a questo processo (e a tutti gli artisti e collaboratori) di farsi specchio di un’idea di teatro contemporaneo in relazione con le trasformazioni economiche e culturali che stiamo vivendo (o subendo?). Essere il primo step di una compagnia internazionale di professionisti\, uno spettacolo multilingue\, una visione naturalmente orientata oltre i confini nazionali\, gli interrogativi che ci animano la scelta di un testo così potente e toccante\, scomodo e lacerante\, rendono questo progetto anche una dichiarazione politica. 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Abbiamo bisogno di idee nuove\, di grandi testi che raccontino queste idee\, e di spettacoli rischiosi che le condividano con il pubblico. Ma abbiamo soprattutto bisogno di una cosa: coraggio. Il coraggio di fare scelte scomode\, incerte\, non consolatorie\, affondare le menti e i cuori in meravigliosi testi che vengono scritti da grandi autrici e grandi autori vivi e contemporanei. Saranno i classici del futuro». \n\nCrediti: \n\n\n\nCOME GLI UCCELLI\ndi Wajdi Mouawad \ntraduzione di Monica Capuani\ndel testo originale Tous des oiseaux\nadattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi  \nregia di Marco Lorenzi  \npersonaggi/Interpreti\nFederico Palumeri Eitan\nLucrezia Forni Wahida\nBarbara Mazzi Eden / Leah giovane\nIrene Ivaldi Leah\nRebecca Rossetti Norah / Infermiera\nAleksandar Cvjetković Etgar\nElio D’Alessandro David / Cameriere\nSaid Esserairi Al Wazzân\nRaffaele Musella Etgar giovane / Rabbino / Medico \nassistente alla regia Lorenzo De Iacovo\ndramaturg Monica Capuani\nconsulente storico Natalie Zemon Davis\nscenografia e costumi Gregorio Zurla\ndisegno luci Umberto Camponeschi\ndisegno sonoro Massimiliano Bressan\nvocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro\nesecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magia Gianluca Angelillo\nvideo Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte\nconsulente lingua ebraica Sarah Kaminski\nconsulente lingua tedesca Elisabeth Eberl\nfoto di scena Giuseppe Distefano  \nun progetto de Il Mulino di Amleto\nspettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory\, Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa In collaborazione con Festival delle Colline Torinesi \ncon il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo
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LOCATION:Teatro Bellini\, Via Conte di Ruvo\, 14\, Napoli (NA)\, 80135\, Italy
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DESCRIPTION:Dal 10 febbraio 2026 Al 15 febbraio 2026\n\n\n\n\nCome gli uccelli\n\n\n\n\ndi Wajdi Mouawad\, regia di Marco Lorenzi\n\n\n\n\nIncontri straordinari.  \n«Ci sono testi teatrali e spettacoli con cui fai un pezzo di strada\, passi del tempo insieme\, diventano un viaggio di conoscenza per te e per chi percorre quella strada insieme a te\, e poi\, quando tutto è finito ci si lascia come è normale che sia. Poi\, ci sono testi teatrali e spettacoli che sconvolgono tutto\, come una bomba piazzata nel bel mezzo della tua vita d’artista. Incontri che ti segnano per sempre. \nCome gli uccelli / Tous des oiseaux fa parte del secondo tipo di incontro.\nDi recente a New York\, io e Barbara\, siamo entrati per caso in un negozio\, ad Harlem. Parlando con il proprietario gli abbiamo chiesto perché avesse scelto come simbolo di quel negozio una tartaruga. Ci ha risposto: “Perché la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio”.\nE lo porto nel cuore mentre mi addentro nella storia complessa e magnifica scritta da Wajdi Mouawad. Il grande teatro infatti ci sa stupire nel momento in cui decidiamo di “uscire di casa”\, di andare verso l’Altro a costo di andare contro la nostra propria tribù – come direbbe Mouawad stesso.\nE Tous des oiseaux è grande teatro. Il grande teatro che intreccia la grande Storia con quelle più piccole e intime che appartengono alla nostra vita e ai nostri desideri\, che dilata il tempo mentre ci perdiamo in un rito potente e emozionante che parla non solo di noi\, ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. Che non ci lascia indifferenti di fronte all’amore e alla crudeltà dell’essere umano.Tous des oiseaux è grande teatro\, forse il miglior tipo di teatro\, perché sa giocare con la forma\, con i linguaggi\, portarli alle estreme conseguenze del virtuosismo senza però perdere mai il contatto con quel bisogno ancestrale che il teatro porta scritto nel suo codice genetico: farci emozionare.\nA questo punto diventa una grande sfida portarlo in scena. E farsi “veicolo” di tutto questo. Ma penso che da sempre faccia parte del mio percorso e del Mulino di Amleto ricercare instancabilmente di spostare i confini del teatro qualche metro più in avanti rispetto a dove pensiamo che siano. Mouawad ci ha regalato una materia densa e infuocata\, perfetta per farlo. \nParola. Tempo. Emozione.  \nCome gli uccelli è stata l’occasione per costruire un cast unico\, che mescolasse attori italiani ad attori provenienti da altri paesi\, origini e biografie\, con un’eterogeneità linguistica e culturale che durante il processo di creazione dello spettacolo potesse riprodurre quel percorso di “incontro”\, quell’andare verso l’Altro che – come per Mouawad così per il Mulino – è una ragione di vita e di poetica. \nHo chiesto a questo incredibile cast di interpreti (e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sappiamo sul teatro per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo\, delle relazioni che costruiamo\, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che\, per tre ore\, si reggerà interamente sulle loro spalle\, sulla loro forza\, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria\, con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. Come gli uccelli risuonerà infatti di una molteplicità linguistica per cui\, oltre all’italiano\, gli attori reciteranno in ebraico\, tedesco\, arabo. \nAnche la scelta della durata dello spettacolo è conseguenza inevitabile dell’epica costruzione del testo di Mouawad. La sua capacità di costruire una saga familiare che si snoda per tre continenti\, tre generazioni\, diversi luoghi e momenti storici\, ci porta a fare i conti con il tempo. Il tempo passato che non è passato perché continua a lasciare profonde tracce che influenzano il nostro presente\, che continua a ripetersi in un paradosso quantico per cui passato\, presente e futuro si sommano e sovrappongono non lasciandoci apparentemente mai liberi nelle nostre scelte… La durata dello spettacolo diventa uno strumento per entrare in un respiro narrativo emotivamente fortissimo\, melodrammatico\, coerentemente incoerente\, che progressivamente innalza la tensione drammatica a mano a mano che ci avviciniamo alla verità. E che non abbandona mai lo spettatore. \nAllo stesso tempo\, il racconto\, la parola detta\, raccontata\, sono per Mouawad uno strumento di forza e di guarigione. Grazie alla forza della narrazione disseppelliamo la verità nascosta nel passato\, accompagniamo i morti fino all’ultimo passo\, guariamo le ferite dei vivi\, ci riscopriamo umani e uniti \nnella vulnerabilità che ci accomuna. Per questo (penso) Mouawad ama costruire storie. Storie in cui perderci per poi ritrovarci dopo un viaggio lungo e commovente. \nAlla ricerca di una visione politica e umana.  \nCome cittadino e come artista del XXI secolo credo che continuare a ragionare secondo sistemi e visioni superati e fallimentari\, sia l’unico errore da non fare. Continuare a ragionare secondo categorie identitarie auto-riferite e continuare a creare un teatro (un’Arte)\, borghese\, che – per quanto sia d’avanguardia – rimane sempre arte identitaria e espressione di una visione parziale\, non abbia più senso nel capitalismo globale dove non esiste più la possibilità di “rimanere esterni”\, di far finta di nulla\, dove i “muri” non hanno più senso e dove solo i “ponti” sono una possibilità di futuro. È solo quando si inizia a percepire come propri anche i conflitti e i problemi del mondo che consideriamo distanti\, che\, entriamo in un flusso davvero globale di consapevolezza\, di comprensione e di reale cambiamento. Allora elaboriamo un punto di vista complesso e ricco per la nostra arte e permettiamo alla realtà di ferirci\, di attraversarci\, per pensare un teatro che possa continuare a parlare con il mondo che ci circonda\, con una realtà complessa\, multilingue\, conflittuale. \nScegliere di affrontare una sfida come Come gli uccelli / Tous des oiseaux è chiederci cosa c’è dall’altra parte di quel muro\, immaginario o concreto\, che giganteggia anche nello spazio scenico dello spettacolo? Con il Mulino di Amleto approfondisco da tempo un percorso di ricerca e di creazione che nasce da questa inquieta e plurale visione del mondo: la ricerca dell’Altro\, l’apertura umana e filosofica\, sono stati i presupposti costitutivi dei lavori più recenti del nostro gruppo. Questa instancabile passione verso l’Altro ora fa un ulteriore passo avanti. Con Come gli uccelli si traduce in una internazionalizzazione dei collaboratori artistici\, in una pluralità di linguaggio\, in un pensiero plurale sin dal momento della nascita del processo di creazione e della progettazione. D’altronde – citando Milo Rau – “il teatro non è un prodotto\, ma un processo di produzione”. E allora la nostra idea è di permettere a questo processo (e a tutti gli artisti e collaboratori) di farsi specchio di un’idea di teatro contemporaneo in relazione con le trasformazioni economiche e culturali che stiamo vivendo (o subendo?). Essere il primo step di una compagnia internazionale di professionisti\, uno spettacolo multilingue\, una visione naturalmente orientata oltre i confini nazionali\, gli interrogativi che ci animano la scelta di un testo così potente e toccante\, scomodo e lacerante\, rendono questo progetto anche una dichiarazione politica. D’altronde una grande sfida drammaturgica è una sfida linguistica e\, in quanto tale\, è una sfida politica! \nIl coraggio delle scelte  \nIn Germania\, nel 2019\, prima che la pandemia portasse alla chiusura delle sale teatrali\, Tous des oiseaux era già stato messo in scena in 16 grandi teatri. In Francia è stato un vero e proprio “caso”. Il testo vanta già numerose traduzioni e messinscene in tutta Europa. E in Italia? Questo progetto – non solo idealmente\, ma nelle scelte formali e concrete che lo accompagnano – dichiara e rafforza la vocazione al dialogo con il teatro europeo che anima il Mulino di Amleto e il mio percorso di regista. Dopo Festen\, Kollaps\, Platonov\, Affabulazione\, Senza Famiglia\, Ruy Blas\, ci poniamo ancora una volta come pionieri di titoli e autori. \nCome gli uccelli\, è anche un modo per mettere in discussione una idea di “repertorio” che nel nostro paese sta diventando progressivamente sempre più stitico e conservativo. Abbiamo bisogno di idee nuove\, di grandi testi che raccontino queste idee\, e di spettacoli rischiosi che le condividano con il pubblico. Ma abbiamo soprattutto bisogno di una cosa: coraggio. Il coraggio di fare scelte scomode\, incerte\, non consolatorie\, affondare le menti e i cuori in meravigliosi testi che vengono scritti da grandi autrici e grandi autori vivi e contemporanei. Saranno i classici del futuro». \n\nCrediti: \n\n\n\nCOME GLI UCCELLI\ndi Wajdi Mouawad \ntraduzione di Monica Capuani\ndel testo originale Tous des oiseaux\nadattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi  \nregia di Marco Lorenzi  \npersonaggi/Interpreti\nFederico Palumeri Eitan\nLucrezia Forni Wahida\nBarbara Mazzi Eden / Leah giovane\nIrene Ivaldi Leah\nRebecca Rossetti Norah / Infermiera\nAleksandar Cvjetković Etgar\nElio D’Alessandro David / Cameriere\nSaid Esserairi Al Wazzân\nRaffaele Musella Etgar giovane / Rabbino / Medico \nassistente alla regia Lorenzo De Iacovo\ndramaturg Monica Capuani\nconsulente storico Natalie Zemon Davis\nscenografia e costumi Gregorio Zurla\ndisegno luci Umberto Camponeschi\ndisegno sonoro Massimiliano Bressan\nvocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro\nesecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magia Gianluca Angelillo\nvideo Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte\nconsulente lingua ebraica Sarah Kaminski\nconsulente lingua tedesca Elisabeth Eberl\nfoto di scena Giuseppe Distefano  \nun progetto de Il Mulino di Amleto\nspettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory\, Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa In collaborazione con Festival delle Colline Torinesi \ncon il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo
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Ci ha risposto: “Perché la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio”.\nE lo porto nel cuore mentre mi addentro nella storia complessa e magnifica scritta da Wajdi Mouawad. Il grande teatro infatti ci sa stupire nel momento in cui decidiamo di “uscire di casa”\, di andare verso l’Altro a costo di andare contro la nostra propria tribù – come direbbe Mouawad stesso.\nE Tous des oiseaux è grande teatro. Il grande teatro che intreccia la grande Storia con quelle più piccole e intime che appartengono alla nostra vita e ai nostri desideri\, che dilata il tempo mentre ci perdiamo in un rito potente e emozionante che parla non solo di noi\, ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. 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Emozione.  \nCome gli uccelli è stata l’occasione per costruire un cast unico\, che mescolasse attori italiani ad attori provenienti da altri paesi\, origini e biografie\, con un’eterogeneità linguistica e culturale che durante il processo di creazione dello spettacolo potesse riprodurre quel percorso di “incontro”\, quell’andare verso l’Altro che – come per Mouawad così per il Mulino – è una ragione di vita e di poetica. \nHo chiesto a questo incredibile cast di interpreti (e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sappiamo sul teatro per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo\, delle relazioni che costruiamo\, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che\, per tre ore\, si reggerà interamente sulle loro spalle\, sulla loro forza\, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria\, con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. Come gli uccelli risuonerà infatti di una molteplicità linguistica per cui\, oltre all’italiano\, gli attori reciteranno in ebraico\, tedesco\, arabo. \nAnche la scelta della durata dello spettacolo è conseguenza inevitabile dell’epica costruzione del testo di Mouawad. La sua capacità di costruire una saga familiare che si snoda per tre continenti\, tre generazioni\, diversi luoghi e momenti storici\, ci porta a fare i conti con il tempo. Il tempo passato che non è passato perché continua a lasciare profonde tracce che influenzano il nostro presente\, che continua a ripetersi in un paradosso quantico per cui passato\, presente e futuro si sommano e sovrappongono non lasciandoci apparentemente mai liberi nelle nostre scelte… La durata dello spettacolo diventa uno strumento per entrare in un respiro narrativo emotivamente fortissimo\, melodrammatico\, coerentemente incoerente\, che progressivamente innalza la tensione drammatica a mano a mano che ci avviciniamo alla verità. E che non abbandona mai lo spettatore. \nAllo stesso tempo\, il racconto\, la parola detta\, raccontata\, sono per Mouawad uno strumento di forza e di guarigione. Grazie alla forza della narrazione disseppelliamo la verità nascosta nel passato\, accompagniamo i morti fino all’ultimo passo\, guariamo le ferite dei vivi\, ci riscopriamo umani e uniti \nnella vulnerabilità che ci accomuna. Per questo (penso) Mouawad ama costruire storie. Storie in cui perderci per poi ritrovarci dopo un viaggio lungo e commovente. \nAlla ricerca di una visione politica e umana.  \nCome cittadino e come artista del XXI secolo credo che continuare a ragionare secondo sistemi e visioni superati e fallimentari\, sia l’unico errore da non fare. Continuare a ragionare secondo categorie identitarie auto-riferite e continuare a creare un teatro (un’Arte)\, borghese\, che – per quanto sia d’avanguardia – rimane sempre arte identitaria e espressione di una visione parziale\, non abbia più senso nel capitalismo globale dove non esiste più la possibilità di “rimanere esterni”\, di far finta di nulla\, dove i “muri” non hanno più senso e dove solo i “ponti” sono una possibilità di futuro. È solo quando si inizia a percepire come propri anche i conflitti e i problemi del mondo che consideriamo distanti\, che\, entriamo in un flusso davvero globale di consapevolezza\, di comprensione e di reale cambiamento. Allora elaboriamo un punto di vista complesso e ricco per la nostra arte e permettiamo alla realtà di ferirci\, di attraversarci\, per pensare un teatro che possa continuare a parlare con il mondo che ci circonda\, con una realtà complessa\, multilingue\, conflittuale. \nScegliere di affrontare una sfida come Come gli uccelli / Tous des oiseaux è chiederci cosa c’è dall’altra parte di quel muro\, immaginario o concreto\, che giganteggia anche nello spazio scenico dello spettacolo? Con il Mulino di Amleto approfondisco da tempo un percorso di ricerca e di creazione che nasce da questa inquieta e plurale visione del mondo: la ricerca dell’Altro\, l’apertura umana e filosofica\, sono stati i presupposti costitutivi dei lavori più recenti del nostro gruppo. Questa instancabile passione verso l’Altro ora fa un ulteriore passo avanti. Con Come gli uccelli si traduce in una internazionalizzazione dei collaboratori artistici\, in una pluralità di linguaggio\, in un pensiero plurale sin dal momento della nascita del processo di creazione e della progettazione. D’altronde – citando Milo Rau – “il teatro non è un prodotto\, ma un processo di produzione”. E allora la nostra idea è di permettere a questo processo (e a tutti gli artisti e collaboratori) di farsi specchio di un’idea di teatro contemporaneo in relazione con le trasformazioni economiche e culturali che stiamo vivendo (o subendo?). Essere il primo step di una compagnia internazionale di professionisti\, uno spettacolo multilingue\, una visione naturalmente orientata oltre i confini nazionali\, gli interrogativi che ci animano la scelta di un testo così potente e toccante\, scomodo e lacerante\, rendono questo progetto anche una dichiarazione politica. D’altronde una grande sfida drammaturgica è una sfida linguistica e\, in quanto tale\, è una sfida politica! \nIl coraggio delle scelte  \nIn Germania\, nel 2019\, prima che la pandemia portasse alla chiusura delle sale teatrali\, Tous des oiseaux era già stato messo in scena in 16 grandi teatri. In Francia è stato un vero e proprio “caso”. Il testo vanta già numerose traduzioni e messinscene in tutta Europa. E in Italia? Questo progetto – non solo idealmente\, ma nelle scelte formali e concrete che lo accompagnano – dichiara e rafforza la vocazione al dialogo con il teatro europeo che anima il Mulino di Amleto e il mio percorso di regista. Dopo Festen\, Kollaps\, Platonov\, Affabulazione\, Senza Famiglia\, Ruy Blas\, ci poniamo ancora una volta come pionieri di titoli e autori. \nCome gli uccelli\, è anche un modo per mettere in discussione una idea di “repertorio” che nel nostro paese sta diventando progressivamente sempre più stitico e conservativo. Abbiamo bisogno di idee nuove\, di grandi testi che raccontino queste idee\, e di spettacoli rischiosi che le condividano con il pubblico. Ma abbiamo soprattutto bisogno di una cosa: coraggio. Il coraggio di fare scelte scomode\, incerte\, non consolatorie\, affondare le menti e i cuori in meravigliosi testi che vengono scritti da grandi autrici e grandi autori vivi e contemporanei. Saranno i classici del futuro». \n\nCrediti: \n\n\n\nCOME GLI UCCELLI\ndi Wajdi Mouawad \ntraduzione di Monica Capuani\ndel testo originale Tous des oiseaux\nadattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi  \nregia di Marco Lorenzi  \npersonaggi/Interpreti\nFederico Palumeri Eitan\nLucrezia Forni Wahida\nBarbara Mazzi Eden / Leah giovane\nIrene Ivaldi Leah\nRebecca Rossetti Norah / Infermiera\nAleksandar Cvjetković Etgar\nElio D’Alessandro David / Cameriere\nSaid Esserairi Al Wazzân\nRaffaele Musella Etgar giovane / Rabbino / Medico \nassistente alla regia Lorenzo De Iacovo\ndramaturg Monica Capuani\nconsulente storico Natalie Zemon Davis\nscenografia e costumi Gregorio Zurla\ndisegno luci Umberto Camponeschi\ndisegno sonoro Massimiliano Bressan\nvocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro\nesecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magia Gianluca Angelillo\nvideo Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte\nconsulente lingua ebraica Sarah Kaminski\nconsulente lingua tedesca Elisabeth Eberl\nfoto di scena Giuseppe Distefano  \nun progetto de Il Mulino di Amleto\nspettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory\, Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa In collaborazione con Festival delle Colline Torinesi \ncon il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo
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Ci ha risposto: “Perché la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio”.\nE lo porto nel cuore mentre mi addentro nella storia complessa e magnifica scritta da Wajdi Mouawad. Il grande teatro infatti ci sa stupire nel momento in cui decidiamo di “uscire di casa”\, di andare verso l’Altro a costo di andare contro la nostra propria tribù – come direbbe Mouawad stesso.\nE Tous des oiseaux è grande teatro. Il grande teatro che intreccia la grande Storia con quelle più piccole e intime che appartengono alla nostra vita e ai nostri desideri\, che dilata il tempo mentre ci perdiamo in un rito potente e emozionante che parla non solo di noi\, ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. Che non ci lascia indifferenti di fronte all’amore e alla crudeltà dell’essere umano.Tous des oiseaux è grande teatro\, forse il miglior tipo di teatro\, perché sa giocare con la forma\, con i linguaggi\, portarli alle estreme conseguenze del virtuosismo senza però perdere mai il contatto con quel bisogno ancestrale che il teatro porta scritto nel suo codice genetico: farci emozionare.\nA questo punto diventa una grande sfida portarlo in scena. E farsi “veicolo” di tutto questo. Ma penso che da sempre faccia parte del mio percorso e del Mulino di Amleto ricercare instancabilmente di spostare i confini del teatro qualche metro più in avanti rispetto a dove pensiamo che siano. Mouawad ci ha regalato una materia densa e infuocata\, perfetta per farlo. \nParola. Tempo. Emozione.  \nCome gli uccelli è stata l’occasione per costruire un cast unico\, che mescolasse attori italiani ad attori provenienti da altri paesi\, origini e biografie\, con un’eterogeneità linguistica e culturale che durante il processo di creazione dello spettacolo potesse riprodurre quel percorso di “incontro”\, quell’andare verso l’Altro che – come per Mouawad così per il Mulino – è una ragione di vita e di poetica. \nHo chiesto a questo incredibile cast di interpreti (e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sappiamo sul teatro per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo\, delle relazioni che costruiamo\, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che\, per tre ore\, si reggerà interamente sulle loro spalle\, sulla loro forza\, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria\, con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. Come gli uccelli risuonerà infatti di una molteplicità linguistica per cui\, oltre all’italiano\, gli attori reciteranno in ebraico\, tedesco\, arabo. \nAnche la scelta della durata dello spettacolo è conseguenza inevitabile dell’epica costruzione del testo di Mouawad. La sua capacità di costruire una saga familiare che si snoda per tre continenti\, tre generazioni\, diversi luoghi e momenti storici\, ci porta a fare i conti con il tempo. Il tempo passato che non è passato perché continua a lasciare profonde tracce che influenzano il nostro presente\, che continua a ripetersi in un paradosso quantico per cui passato\, presente e futuro si sommano e sovrappongono non lasciandoci apparentemente mai liberi nelle nostre scelte… La durata dello spettacolo diventa uno strumento per entrare in un respiro narrativo emotivamente fortissimo\, melodrammatico\, coerentemente incoerente\, che progressivamente innalza la tensione drammatica a mano a mano che ci avviciniamo alla verità. E che non abbandona mai lo spettatore. \nAllo stesso tempo\, il racconto\, la parola detta\, raccontata\, sono per Mouawad uno strumento di forza e di guarigione. Grazie alla forza della narrazione disseppelliamo la verità nascosta nel passato\, accompagniamo i morti fino all’ultimo passo\, guariamo le ferite dei vivi\, ci riscopriamo umani e uniti \nnella vulnerabilità che ci accomuna. Per questo (penso) Mouawad ama costruire storie. Storie in cui perderci per poi ritrovarci dopo un viaggio lungo e commovente. \nAlla ricerca di una visione politica e umana.  \nCome cittadino e come artista del XXI secolo credo che continuare a ragionare secondo sistemi e visioni superati e fallimentari\, sia l’unico errore da non fare. Continuare a ragionare secondo categorie identitarie auto-riferite e continuare a creare un teatro (un’Arte)\, borghese\, che – per quanto sia d’avanguardia – rimane sempre arte identitaria e espressione di una visione parziale\, non abbia più senso nel capitalismo globale dove non esiste più la possibilità di “rimanere esterni”\, di far finta di nulla\, dove i “muri” non hanno più senso e dove solo i “ponti” sono una possibilità di futuro. È solo quando si inizia a percepire come propri anche i conflitti e i problemi del mondo che consideriamo distanti\, che\, entriamo in un flusso davvero globale di consapevolezza\, di comprensione e di reale cambiamento. Allora elaboriamo un punto di vista complesso e ricco per la nostra arte e permettiamo alla realtà di ferirci\, di attraversarci\, per pensare un teatro che possa continuare a parlare con il mondo che ci circonda\, con una realtà complessa\, multilingue\, conflittuale. \nScegliere di affrontare una sfida come Come gli uccelli / Tous des oiseaux è chiederci cosa c’è dall’altra parte di quel muro\, immaginario o concreto\, che giganteggia anche nello spazio scenico dello spettacolo? Con il Mulino di Amleto approfondisco da tempo un percorso di ricerca e di creazione che nasce da questa inquieta e plurale visione del mondo: la ricerca dell’Altro\, l’apertura umana e filosofica\, sono stati i presupposti costitutivi dei lavori più recenti del nostro gruppo. Questa instancabile passione verso l’Altro ora fa un ulteriore passo avanti. Con Come gli uccelli si traduce in una internazionalizzazione dei collaboratori artistici\, in una pluralità di linguaggio\, in un pensiero plurale sin dal momento della nascita del processo di creazione e della progettazione. D’altronde – citando Milo Rau – “il teatro non è un prodotto\, ma un processo di produzione”. E allora la nostra idea è di permettere a questo processo (e a tutti gli artisti e collaboratori) di farsi specchio di un’idea di teatro contemporaneo in relazione con le trasformazioni economiche e culturali che stiamo vivendo (o subendo?). Essere il primo step di una compagnia internazionale di professionisti\, uno spettacolo multilingue\, una visione naturalmente orientata oltre i confini nazionali\, gli interrogativi che ci animano la scelta di un testo così potente e toccante\, scomodo e lacerante\, rendono questo progetto anche una dichiarazione politica. D’altronde una grande sfida drammaturgica è una sfida linguistica e\, in quanto tale\, è una sfida politica! \nIl coraggio delle scelte  \nIn Germania\, nel 2019\, prima che la pandemia portasse alla chiusura delle sale teatrali\, Tous des oiseaux era già stato messo in scena in 16 grandi teatri. In Francia è stato un vero e proprio “caso”. Il testo vanta già numerose traduzioni e messinscene in tutta Europa. E in Italia? Questo progetto – non solo idealmente\, ma nelle scelte formali e concrete che lo accompagnano – dichiara e rafforza la vocazione al dialogo con il teatro europeo che anima il Mulino di Amleto e il mio percorso di regista. Dopo Festen\, Kollaps\, Platonov\, Affabulazione\, Senza Famiglia\, Ruy Blas\, ci poniamo ancora una volta come pionieri di titoli e autori. \nCome gli uccelli\, è anche un modo per mettere in discussione una idea di “repertorio” che nel nostro paese sta diventando progressivamente sempre più stitico e conservativo. Abbiamo bisogno di idee nuove\, di grandi testi che raccontino queste idee\, e di spettacoli rischiosi che le condividano con il pubblico. Ma abbiamo soprattutto bisogno di una cosa: coraggio. Il coraggio di fare scelte scomode\, incerte\, non consolatorie\, affondare le menti e i cuori in meravigliosi testi che vengono scritti da grandi autrici e grandi autori vivi e contemporanei. Saranno i classici del futuro». \n\nCrediti: \n\n\n\nCOME GLI UCCELLI\ndi Wajdi Mouawad \ntraduzione di Monica Capuani\ndel testo originale Tous des oiseaux\nadattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi  \nregia di Marco Lorenzi  \npersonaggi/Interpreti\nFederico Palumeri Eitan\nLucrezia Forni Wahida\nBarbara Mazzi Eden / Leah giovane\nIrene Ivaldi Leah\nRebecca Rossetti Norah / Infermiera\nAleksandar Cvjetković Etgar\nElio D’Alessandro David / Cameriere\nSaid Esserairi Al Wazzân\nRaffaele Musella Etgar giovane / Rabbino / Medico \nassistente alla regia Lorenzo De Iacovo\ndramaturg Monica Capuani\nconsulente storico Natalie Zemon Davis\nscenografia e costumi Gregorio Zurla\ndisegno luci Umberto Camponeschi\ndisegno sonoro Massimiliano Bressan\nvocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro\nesecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magia Gianluca Angelillo\nvideo Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte\nconsulente lingua ebraica Sarah Kaminski\nconsulente lingua tedesca Elisabeth Eberl\nfoto di scena Giuseppe Distefano  \nun progetto de Il Mulino di Amleto\nspettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory\, Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, Teatro Nazionale di Genova\, TPE – Teatro Piemonte Europa In collaborazione con Festival delle Colline Torinesi \ncon il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo
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LOCATION:Teatro Bellini\, Via Conte di Ruvo\, 14\, Napoli (NA)\, 80135\, Italy
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DESCRIPTION:Dal 27 gennaio 2026 Al 01 febbraio 2026\n\n\n\n\nLa città dei vivi\n\n\n\n\ndal romanzo di Nicola Lagioia\, regia Ivonne Capece\n\n\n\n\nN.B. Lo spettacolo non è adatto ai minori di 16 anni. \nUn caso di cronaca nera tra i più disturbanti degli ultimi anni diventa materia teatrale. La città dei vivi ricostruisce la storia dell’omicidio di Luca Varani – avvenuto a Roma nel 2016 – ma non si limita al fatto: esplora il contesto\, il vuoto\, le derive\, i desideri distorti di una generazione. Tratto dall’inchiesta narrativa di Nicola Lagioia\, lo spettacolo affronta il male nella sua forma più disarmante: quella che si nasconde dietro volti normali\, in case normali\, in vite all’apparenza comuni. Attraverso una drammaturgia tesa\, ibrida tra racconto e confessione\, il teatro diventa lo spazio dove guardare in faccia l’indicibile. Roma\, presenza viva e ambigua\, è insieme scenario e protagonista: una città che ammalia e consuma\, che attrae e abbandona. \nLa città dei vivi interroga lo spettatore\, senza moralismi ma con urgenza. Perché quel buio non è solo loro. È anche nostro. \nAVVERTENZA\nLo spettacolo “La città dei vivi“ è un’opera di finzione\, seppur liberamente ispirato ad un romanzo che tratta vicende di cronaca note al pubblico.\nEsso non ha finalità informative\, documentaristiche o giornalistiche\, né intende rappresentare fedelmente fatti\, persone o responsabilità realmente accertate. Al contrario\, si configura come opera artistica\, espressione del diritto alla libertà creativa\, finalizzata all’esplorazione di temi universali attraverso strumenti propri della scena: la metafora\, l’iperbole\, la trasfigurazione simbolica\, l’immaginario.\nEventuali riferimenti a nomi\, situazioni o dinamiche riconoscibili sono frutto di elaborazione drammaturgica e non devono essere intesi come affermazioni veritiere o ricostruzioni attendibili dei fatti. L’opera non mira ad informare né a fornire verità\, ma a stimolare una riflessione artistica e umana.\nIn nessun caso la rappresentazione va intesa come accusa\, insinuazione o giudizio reale nei confronti di soggetti eventualmente riconoscibili. Ogni elemento narrativo mira a manipolare la vicenda specifica per raccontare una storia universale\, proposta in chiave poetica\, simbolica e provocatoria. \nCrediti: \n\n\n\nLA CITTÀ DEI VIVI\nliberamente tratto dal romanzo di Nicola Lagioia \nregia\, video e adattamento drammaturgico Ivonne Capece \ncon Sergio Leone\, Pietro De Tommasi\, Daniele Di Pietro\, Cristian Zandonella\ninterpreti in video Tindaro Granata\, Arianna Scommegna\, Pasquale Montemurro\, Marco Té\, Samuele Finocchiaro\, Stefano Carenza\, Pietro Savoi\, Lorenzo Vio\, Ioana Miruna\, Penelope Sangiorgi\, Barbara Capece\, Luigi de Luca\, Pietro Giannuso\, Giuseppina Manaresi\, Olmo Broglia Anghinoni \nscene Rosita Vallefuoco\nassistente alla scenografia Michele Lubrano Lavadera\nvideomaking e regia video Ivonne Capece\ncostumi e concept visivo Micol Vighi\nsound designer Simone Arganini\nassistente alla regia Micol Vighi\nassistenti volontari Pasquale Montemurro\, Barbara Capece\, Luigi de Luca\nlight designer in definizione\nriprese e post-produzione video in definizione\nresponsabile di produzione Nadia Fiorio \nproduzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale\, TPE Teatro Piemonte Europa\, Teatri di Bari\, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini\, Teatro di Sardegna
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